I sacrifici animali in Nepal: rumori indimenticabili, odori che non passano

Il Nepal non è una terra facile.
Ne abbiamo vissute di situazioni impegnative.
Niente di catastrofico o trascendentale, qualche prova per temprare il carattere diciamo.
I topi in camera, tra gli zaini, con le code lunghissime che sbucano nella penombra.
Le cremazioni sul fiume Bagmati, al Tempio Pashupatinath, dove la cosa più agghiacciante non è la morte, ma il contrasto tra le urla strazianti dei familiari e i click delle macchine fotografiche dei turisti.
I piccoli animaletti neri che ti camminano nel piatto tra i chicchi di riso, e ad ogni squish sotto i denti speri di non sentire nessun sapore strano.

Ma il momento più impegnativo, quello che sì, interessante, ma mai più nella vita MAI, è stato quando abbiamo assistito al rito dei sacrifici animali al Tempio Dakshinkali.

Incenso al Tempio induista Dakshinkali

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Diario-brainstorming di un viaggio in Nepal

viaggio in nepal 10 giorni

L’atterraggio: a bocca aperta ancora prima di mettere piede in Nepal

Siamo in viaggio da quasi 24 ore, abbiamo fatto due scali infiniti e i sedili di Air India sono scomodissimi.
Ho la bocca ancora in fiamme per il pranzo: era tutto piccante, anche la frutta.
Eppure sono euforica.
Continuo a guardare fuori dal finestrino, sotto di noi, in attesa dei primi segni del Nepal che ho tanto sognato.
Per ora sotto di noi c’è tantissima India: arida, piatta, marroncina.
Passa un tempo lunghissimo in cui sotto c’è solo la pianura indiana infinita.
Poi arriva il verde, arriva il Nepal.

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In ogni mondo c’è dentro un mondo che ha dentro un mondo che ha dentro un mondo

[questo post non parlerà di viaggi, ma di illustrazioni bellissime che parlano di viaggi]
[il titolo è un pezzettino di Safari di Jovanotti]

Qualche giorno fa stavo oziosamente gironzolando per il web quando mi sono imbattuta in un’illustrazione che mi ha affascinata.
L’autore è Robert Richter, un disegnatore tedesco di 29 anni.
Le sue illustrazioni aprono dei mondi, per questo mi hanno così intrigato da scriverci un post.
Se siete viaggiatori o fotografi conquisteranno anche voi.

Questa, per me, è la più bella, si intitola World Traveler, amatela con me:

World Traveler

World Traveler

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Tutto quello che immaginavo di Marsiglia è sbagliato

Stupore.

A Marsiglia mi sono stupita in continuazione.
Me l’aspettavo diversa, nel bene e nel male.

Mi ero immaginata una città francese, un po’ freddina e distaccata, un po’ snob come tutte le città della Provenza, molto curata come tutte le città francesi.
Ma proprio per niente, neanche alla lontana.

Marsiglia è una città mediterranea e profondamente multiculturale, energica, potente, puzzolente, colorata, un po’ sporca, che di francese ha solo l’architettura.

marsiglia, la canebiere, al tramonto verso il porto

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#NeVadoFiero: 3 cose per cui sono orgogliosa di me stessa

“3 azioni, svolte durante la quotidianità che possano contribuire, nel piccolo, a cambiare l’umanità.”

L’idea è partita da Stefania che sul suo blog Di qua e di là ha scritto questo post per farci riflettere un po’.
Che cosa facciamo, nel nostro piccolo, per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato?
Bastano tre cose.
Per alcuni addirittura tre cose, per altri solo tre cose.

La parte difficile è che devono essere azioni della nostra quotidianità.
Non una volta ho aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, bravi voi, ma non vale.
Dev’essere un’azione costante, qualcosa in cui vi impegnate ogni giorno.
Tosta come sfida.

All’inizio mi sono venute in mente azioni molto precise come faccio la raccolta differenziata uso i mezzi più che posso.
Poi scavando ancora di più sono arrivata alle radici di queste azioni, al motivo che c’è dietro alle singole azioni di cui vado fiera.
Quindi ecco i miei tre pilastri, i tre punti da cui parto per cambiare l’umanità intorno a me.

#nevadofiero

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Partire per scappare funziona (in parte)

Partire per scappare è una cazzata, perché i problemi vanno affrontati e superati.
Però secondo me funziona. In parte.

Funziona con quelle situazioni che non puoi risolvere.
Situazioni che devi accettare, col cuore spaccato a metà, con lo stomaco attorcigliato, con la mente annebbiata, ma che devi accettare.
Che puoi solo star lì, immobile in mezzo alla tempesta, a testa china sotto lo scroscio fortissimo, aspettando che smetta, prima o poi.
E quello lì è il tuo posto, non c’è verso.
Bisogna stringere i denti, pensare positivo, ricordarsi com’era bello stare sotto il sole a scaldarsi, e credere fermamente che quel sole tornerà, credere che tornerà sempre.
Magari in un altro modo, con un’altra luce, ma tornerà.

partire per scappare funziona

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Home is where the valigia is

Ho una valigia in soggiorno.
In un angolo del soggiorno, per la precisione.
È verdina, molto vecchia. C’era dentro il corredo di asciugamani della sorella di mia nonna.
L’anno scorso la valigia è passata a me e ho pensato che, invece che in cantina o nello sgabuzzino, il suo posto sarebbe stato in soggiorno.
È da lei che è partito l’angolo delle ispirazioni di viaggio:

c’è la valigia,

una mappa del mondo coi colori pastello che ho portato da Londra quando ci sono andata per lavoro e a cui ho fatto mettere una cornice verdina,

la sagoma dell’Africa disegnata con tutto il testo di Cuore di Tenebra di Joseph Conrad che mi hanno regalato i miei amici quando mi sono trasferita qui,

un quadretto di ceramica di un’artista londinese che ho comprato in un mercatino con mia mamma e mia sorella con una barchetta felice in mezzo al mare e un messaggio dentro una bottiglia,

un disegno di un aeroplanino di carta, su tela, anche lui coi colori pastello, e con una cornice fatta a mano apposta per me, opera di un mio amico che è un fenomeno.

Io guardo quell’angolino e progetto viaggi.

home-is-where-your-valigia-is

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I non-luoghi

Questo post non era un post. L’ho scritto qualche anno fa, quando il blog ancora non esisteva, quando non era nemmeno un’idea. L’ho trovato stasera per caso, spulciando in un vecchio hard disk. Ho pensato di condividerlo con voi.
In fondo un po’ parla anche di viaggio.

non-luoghi

Ci sono dei non-luoghi in cui è bello viaggiare, come se fossero veri.
Non ti ci porta l’aereo, nei non-luoghi: ti ci porta una canzone, un profumo, una foto, un pensiero, un’idea.

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Il deserto svuota la testa.

Siamo in macchina, in cinque, stiamo viaggiando già da qualche ora.

Da un po’, non saprei dire quanto, siamo in silenzio. La strada è sterrata e devo tenermi stretta per non sbattere la testa contro il tettuccio della jeep. C’è il sole fuori, non un sole fastidioso, ma quel sole tiepido, primaverile, che ti scalda il corpo e ti fa brillare i capelli. Ogni tanto va dietro una nuvola.
Stiamo percorrendo una pista ai piedi del deserto, di fianco a noi, per un paio di chilometri, c’è solo terra secca, in lontananza si vedono le dune dove inizia il Sahara marocchino.
Seguo con lo sguardo la forma delle dune, mi perdo a fissare il percorso di una crepa nella terra, guardo, ma non vedo niente. Sono ipnotizzata dal vuoto attorno a me, dal movimento della macchina, dal paesaggio che si sussegue sempre uguale ma diverso, come una decorazione geometrica nei quaderni delle elementari.
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