Il giardino dell’Eden è a Suvereto

Giardino Eden a Suvereto - Toscana - blogtour ecvacanze

Guardate questa foto, è l’entrata di un giardino bellissimo.
Pieno di fiori, piante, siepi, tutte curate e rigogliose.
Un giardino che ricorda il Giardino segreto di Frances Hodgson Burnett.
Quando sono passata di qui, passeggiando a zonzo per Suvereto, sono rimasta incantata da questo posto meraviglioso. Ho infilato il naso tra le sbarre del cancello per riuscire a vedere il più possibile. Vasi pieni di fiori colorati, aiuole che sembravano disegnate, tante, tantissime tonalità di verde.
Ho fatto un passo indietro, per fare una foto, e l’ho vista.
La piastrella con i due nomi dei proprietari del giardino: Stefano e Eden.
Il giardino dell’Eden, miei cari, è a Suvereto.
Ed è anche il giardino di Stefano, che deve amare molto la sua Eden perché un posto diventa così bello solo se c’è tanto amore.
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Un weekend tra i pini secolari del Park Albatros

Già qui vi avevo raccontato un pezzettino del blogtour organizzato da ECVacanze.

Oggi vi parlo della base del nostro weekend, il Camping Village Park Albatros.
All’arrivo l’effetto è veramente d’impatto: a destra una lunghissima aiuola di fiori curati e coloratissimi, a sinistra piscine a perdita d’occhio, davanti un vero e proprio parco di pini secolari, altissimi, con tante piccole casettine nascoste dietro gli alberi.
Orde di bimbi olandesi, con capelli biondissimi e carnagione quasi verde, corrono in costume verso le piscine. Io sono in maglioncino e tira una certa arietta che quasi quasi una sciarpina..


Dentro al campeggio c’è tutto: ristoranti, supermercato, Albi.
Albi è tipo la leggenda dei bimbi del Park Albatros. Sarà vero? Esisterà veramente in Toscana uno scoiattolo alto due metri che parla? E per i più svegli: chi c’è dentro ad Albi?!
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Calamoresca Beach, vintage & chic

Questo weekend sono stata ad un blogtour in Toscana organizzato da EC Vacanze, precisamente al Park Albatros.
Sono stati tre giorni davvero belli, che pian piano vi racconterò.

In particolare oggi vorrei parlarvi di una caletta bellissima a Piombino, Calamoresca.

La spiaggia è semplice da raggiungere, c’è il parcheggio subito sopra e con cinque minuti di cammino si è già con i piedi sulla sabbia.
In questo periodo, fuori stagione, è meravigliosa. Ieri mattina, di domenica, c’erano solo due ragazzi stesi con il telo a prendere il sole.
È attrezzata con ombrelloni e lettini, ma è anche spiaggia libera (che io preferisco). Ah, ci sono anche i mosconi vintage con il bagnino figo e muscoloso che ci rema sopra.
Nel caso meditiate di affogare, fatelo qui.
Dicevamo, spiaggia. Ad agosto sinceramente dev’essere invivibile, come tutte le spiagge belle e facilmente raggiungibili in Italia. Maggio, giugno e settembre sono l’ideale.

Il ristorante sulla spiaggia è un posto veramente curato. Tutto l’arredamento è ispirato al mare, sui toni del bianco, grigio e panna. Il servizio è impeccabile, la ragazza che ha servito noi è stata carinissima e siamo rimasti a fare un po’ di chiacchiere a fine pranzo.
Si mangia pesce, fresco e ricercato. Tutto questo vista mare.
Non so quanto si spenda, credo abbastanza, ma per una cenetta romantica si può fare. Portare un donna a Calamoresca a mangiare un piatto di spaghetti al polpo accompagnato da una bottiglia di vino bianco vuol dire averla in pugno, posso garantire che la serata non si concluderà con una stretta di mano. Nope.

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Canzoni da viaggio, la colonna sonora dei miei road trip

[Edit febbraio 2016: qui trovate la playlist di Spotify >>> Playlist Canzoni da viaggio, la colonna sonora dei miei road trip]

Ieri su Twitter ho proposto a Lonely Planet Italia di raccogliere un po’ di #travelsongs attraverso i tweet dei viaggiatori.


Da subito sono arrivate tantissime canzoni, che lo staff di Lonely Planet ha raccolto in questa playlist (se siete curiosi).

Scorrendo tra i tweet mi sono venuti in mente un sacco di titoli che hanno accompagnato i miei viaggi. Dalle vecchie cassette registrate dalla radio, alle compilation su cd ascoltate fino a consumare le tracce, fino agli mp3 di oggi.

Qui sotto vi metto la mia compilation da road trip, fate finta che ve l’abbia regalata su un cd casalingo con i titoli scritti a mano e un fiocco rosso attorno, arricciato con le forbici. Buon ascolto e buona strada.
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Il deserto svuota la testa.

Siamo in macchina, in cinque, stiamo viaggiando già da qualche ora.

Da un po’, non saprei dire quanto, siamo in silenzio. La strada è sterrata e devo tenermi stretta per non sbattere la testa contro il tettuccio della jeep. C’è il sole fuori, non un sole fastidioso, ma quel sole tiepido, primaverile, che ti scalda il corpo e ti fa brillare i capelli. Ogni tanto va dietro una nuvola.
Stiamo percorrendo una pista ai piedi del deserto, di fianco a noi, per un paio di chilometri, c’è solo terra secca, in lontananza si vedono le dune dove inizia il Sahara marocchino.
Seguo con lo sguardo la forma delle dune, mi perdo a fissare il percorso di una crepa nella terra, guardo, ma non vedo niente. Sono ipnotizzata dal vuoto attorno a me, dal movimento della macchina, dal paesaggio che si sussegue sempre uguale ma diverso, come una decorazione geometrica nei quaderni delle elementari.
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Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni. Next stop: Malesia!

Nel titolo c’è una frase di Isabelle Eberhardt in cui mi sono sempre ritrovata molto.
Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni“.
Decidere di partire è una prova di coraggio, un salto nel vuoto, un leap of faith nei confronti del mondo, delle tue capacità, del tuo carattere.



Nel momento in cui dici: “Si va!”, in quel momento senti lo stomaco strizzato come un calzino…
…per la felicità di partire,
…per la paura di volare,
…per la curiosità degli incontri futuri,
…per l’insicurezza di ciò che non si conosce,
…per la gioia della scoperta.
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10 cose che ho scoperto in Marocco: tra magia nera, sesso e cicogne.

1. In Marocco non si possono avere rapporti sessuali fino al matrimonio. Secondo la legge dello Stato, non solo per il Corano. Se due persone hanno rapporti prima del matrimonio rischiano da 4 a 8 mesi di prigione. Nel caso uno dei due sia sposato si sommano altri mesi per il reato di adulterio. Uno dei documenti che portano sempre con sè (come per noi la carta d’identità e la patente) è l’atto di matrimonio. In albergo non si può prenotare una camera matrimoniale senza esibire l’atto di matrimonio. Questo se almeno uno dei due è marocchino, ai turisti non fanno storie. Il matrimonio consiste in un semplice accordo tra gli sposi, senza grandi cerimonie come da noi. Il divorzio è previsto anche dal Corano.

2. In Marocco non ci si può sposare prima dei 18 anni. Questo significa che non si possono avere rapporti prima dei 18, altrimenti galera. Per fortuna in Italia non è così, se no altro che sovraffollamento delle carceri!

3. Su ogni casina, anche di fango, c’è una parabola. In un villaggio berbero sperduto tra i monti ne ho contate trenta. Credo che sia una cosa positiva, anche se mi fa molto pensare. Per loro è un modo di viaggiare, conoscere, imparare. Rimane il fatto che è difficile vedere la tv come priorità quando si fa fatica ad avere tutto il resto.


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Marrakech, il quartiere artigiano

Oggi vi vorrei portare nel quartiere artigiano di Marrakech, dove si mischiano odori e colori creando un luogo incredibilmente lontano da tutto quello che abbiamo visto fino ad ora.

Dietro al souk di Marrakech, nascosto nella Medina, si trova il quartiere artigiano di Marrakech. Un turista difficilmente lo trova da solo, e, se lo trova, perde la giornata cercando la strada per uscirne.
È un labirinto di vicoli tortuosi, stretti, che si intersecano l’un l’altro senza un senso logico, un incubo rispetto alle nostre città ordinate con cardi e decumani.
Un paradosso rispetto a New York con streets e avenues numerate.
Ci sono tantissime persone che lavorano qui, anziani e ragazzi giovani perlopiù, tutti uomini ovviamente. Non parlano tanto, sono tutti concentrati sul lavoro. I passaggi sono stretti e bui, ogni tanto la strada si allarga e si vede il sole. Molte persone ci sfrecciano accanto su biciclette o motorini, mentre noi, goffissimi, fatichiamo a passare con uno zaino.

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In Marocco si impara la generosità

Il ragazzo seduto di fianco a me in aereo è di Marrakech, ma vive in Italia da otto anni, in un paese a qualche chilometro da casa mia. Fa il metalmeccanico, ora è in cassa integrazione. Questa è la terza volta che torna a casa da quando è venuto a vivere in Italia, da otto anni, il volo per il Marocco costa molto e i soldi preferisce mandarli alla famiglia. Facendo un veloce calcolo io negli ultimi otto anni sono stata a Londra sette volte. Ho dormito più volte io al Russel House Hotel che lui nel letto di casa sua.

Vorrei lasciare la magia di Marrakech e il silenzio del deserto per i prossimi post e inaugurare i racconti sul Marocco parlando della cosa che più mi ha stupito e colpito di questo viaggio: la generosità dei marocchini.

Il nostro autista è un uomo sulla quarantina, in gamba, sicuramente non ricco, ma molto dignitoso, si chiama Skouri. Per pranzo si porta il pranzo al sacco, un panino integrale con formaggio e pomodori, avvolto nella carta stagnola. Lo tiene nel portaoggetti sotto al bracciolo tra i due sedili anteriori della nostra jeep 4×4. La seconda mattina del nostro viaggio stiamo attraversando un villaggio berbero tra i monti dell’Atlante: poche case, tutte fatte di fango e paglia, mezze sciolte dalle intemperie. Ci fermiamo per fare due passi e incrociamo due ragazzi, uno è senza gambe e l’altro spinge la sua carrozzina. Ci salutano sorridenti e noi rispondiamo al saluto con la mano. Skouri si stacca dal gruppo, in francese ci dice di proseguire, che ha lasciato una cosa in macchina. Noi continuiamo la nostra passeggiata affascinati dalla diversità dei paesaggi, delle persone, dai continui sorrisi aperti e luminosi. Mi giro verso la macchina per non perdere di vista Skouri e rimango fulminata dalla scena: entra in macchina, prende il suo panino e lo mette nella tasca del giubbotto del ragazzo in carrozzina. Il ragazzo lo ringrazia e si sporge per abbracciarlo, Skouri si abbassa e risponde all’abbraccio. Rimangono così per un po’, poi si salutano e lui si avvia verso di noi. Io mi rigiro in fretta, sentendomi un po’ in colpa per aver visto questo momento così personale, per avergli rubato l’intimità di un gesto che lui aveva appositamente fatto in maniera riservata. Ci raggiunge sorridendo, non dice niente, io gli sorrido e continuiamo a camminare. Dopo un po’ torniamo indietro e risaliamo in macchina. Proseguiamo qualche chilometro e poi ci fermiamo in un barettino per pranzo, lui ordina solo un caffè, “Ho fatto una colazione abbondante – ci dice – oggi niente panino”.
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Ricordo con affetto le moschee di Istanbul

In Italia la parola ‘moschea‘ non viene associata ad un pensiero felice.
Ci hanno abituato a vederla come una fucina di terroristi, integralisti, pocodibuono in generale. Si sa che gli italiani hanno il pregiudizio facile. Anche se non vuoi una puntina di quel pensiero ti raggiunge e si annida dentro di te, e lì rimane. Tu ci puoi provare a restarne fuori, ma finché non tocchi con mano, e quindi il pregiudizio diventa giudizio, quella vocina rimane.

Prima di andare a Istanbul mi immaginavo le moschee come luoghi rigidi, seriosi.

Poi le ho viste coi miei occhi.

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