Diario-brainstorming di un road trip da Chicago a New Orleans

Diario-brainstorming di un road trip da Chicago a New Orleans

Memphis collega tutti i puntini

Collega il blues al rock, collega Elvis a Johnny Cash, collega la morte di Martin Luther King alla nascita dei diritti civili dei neri in America, collega l’arte millimetrica della costruzione delle chitarre Gibson agli amplificatori riparati con le pagine di giornale dei Sun Studios.

A Memphis l’America e la musica si incontrano per poi disperdersi verso New Orleans, verso Chicago, verso Nashville e lungo il Mississippi.

La Memphis di oggi è solo un pallido ricordo della Memphis che ha fatto da culla, da mamma, da amplificatore, da rifugio per tutta una generazione di musicisti. Per un intero capitolo della storia dell’America come la conosciamo oggi.

A Memphis si ha la netta sensazione di far parte di qualcosa di importante, di essere in presenza di un atmosfera elettrificata, densa. Come spiare dietro le quinte di uno spettacolo speciale. Come se tutti, nella storia, si fossero ad un certo punto dati appuntamento qui.
A Memphis si respira musica, storia, passione, potenza, forza.

Memphis sono gli Stati Uniti come li abbiamo imparati dalle canzoni.
Non si può comprendere l’America davvero senza essere passati da qui.

Cosa vedere a Memphis in due giorni - Beale Street

Le giornate on the road sono sempre le migliori

Dal mio diario di viaggio.

“Oggi siamo partiti da Nashville e abbiamo guidato pigramente verso Memphis tra le campagne evitando tutte le autostrade e fermandoci in paesini sperduti. Abbiamo attraversato il Tennessee sulle note del country di Loretta Lynn e Willie Nelson e la voce unica di Elvis guidando la nostra Jeep in strade deserte.
Abbiamo visto cento sfumature diverse di verde, abbiamo visto pascoli sterminati e casine rosse con la staccionata bianca. Abbiamo visto chiese di campagna a ogni angolo, per ogni religione e ogni sua sfumatura.
Ci siamo fermati a pranzo in un paesino sconosciuto e ci siamo prese una cotta per il cameriere. Abbiamo ascoltato Love me tender e ci siamo innamorate di Elvis.
Abbiamo cantato a squarciagola, tutti e quattro, senza un pensiero in testa, felici di essere insieme. Irene ricordati sempre questa sensazione quando ti chiedi se partire o no.”

Le giornate on the road sono sempre le migliori

Black & white

[Disclaimer: in questo paragrafo parlerò di razze, di razzismo, di differenze tra bianchi e neri]

Io non ho mai percepito una così netta divisione tra bianchi e neri come nel sud degli Stati Uniti: in Tennessee, in Mississippi, in Louisiana. In quegli Stati che poco più di cent’anni fa si sono battuti all’ultimo sangue per mantenere la schiavitù. E dove ancora oggi è evidentissima la divisione tra neri e bianchi: i neri sono i muratori, i giardinieri, gli inservienti, coloro che servono. I bianchi sono i manager, i gestori, i proprietari, coloro che vengono serviti.

I quartieri sono o bianchi o neri, i parchi sono pieni di bimbi bianchi o pieni di bimbi neri, non insieme. Ai tavoli dei ristoranti i bianchi sono seduti con i bianchi e i neri con i neri.

I neri parlano un loro dialetto (riconosciuto dalla linguistica internazionale): l’African American English, che se è parlato stretto è veramente incomprensibile dai bianchi. Io vivo a San Francisco da tre anni, parlo con mio marito in inglese, lavoro in inglese, ma quando mi sono fermata in auto a chiedere indicazioni in un paesino sperduto del Mississippi non ho capito una parola di quello che mi hanno detto. Ho annuito, sorriso, ringraziato, tirato su il finestrino e continuato a guidare senza una minima idea di dove stessimo andando.

Le differenze tra bianchi e neri si percepiscono tuttora, in ogni contesto. L’integrazione, quella vera e profonda, qui non è mai avvenuta.

Per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata di essere bianca. Al National Civil Rights Museum di Memphis, dove è stato ammazzato Martin Luther King. Vergognata nel senso che mi sarei nascosta dietro una porta. Perché tutte le famiglie di colore erano lì con i propri bimbi a mostrar loro un pezzo di storia importante e dolorosa, e io mi sentivo un’usurpatrice della loro storia, uno dei cattivi del loro libro.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita esclusa per il colore della mia pelle, mi sono sentita una minoranza. Nei parchi, per le strade, dove noi eravamo i soli bianchi e venivamo guardati come quelli diversi. Ciò che accade ogni giorno ad ogni persona di colore in Italia, per esempio.

Mi sono sentita sempre in debito. A leggere le storie delle famiglie spezzate dalla schiavitù, delle persone cacciate dai locali pubblici per il loro colore. Chi ha perso il lavoro, chi ha perso la dignità, chi ha perso la vita.
E nel Sud degli Stati Uniti non si ha la percezione che tutto questo sia un tema del passato, da studiare sui libri di storia. In queste città l’odio e la diffidenza razziale si toccano con mano. C’è chi vota presidenti surreali che vogliono costruire muri, c’è chi decide di amministrare autonomamente la giustizia perché non si sente protetto dalla polizia.

Qui si comprende a fondo un’America radicata e spaventosa. Segregata. Tesa.
È qui che bisogna venire per toccare con mano la storia di ieri e per avere la spinta per cambiare quella di domani. Non solo in America.

“Yes, ma’am”

La prima volta che mi hanno detto “Yes, ma’am” è stato in un hotel, al check-in, una sera tardi, in risposta a una mia domanda. Durante quella conversazione il receptionist mi ha risposto almeno dieci volte con il suo automatico e reverentissimo “Yes, ma’am”. A me e mia sorella scioccamente scappava da ridere ogni volta. Come se in Italia vi rispondessero “Sìssignora”.

Ogni volta automaticamente mi appariva in mente l’immagine della Regina di Cuori che obbliga Alice a risponderle sempre “Sììì sua Maestaaaade”.

Non ero mai stata nel sud degli Stati Uniti, non avevo capito che è la risposta formale che tutti danno in qualunque locale, hotel o luogo pubblico. Incuriosita ho chiesto spiegazioni a un ragazzo con cui ci siamo inchiacchierate un giorno, in cortile di una villa in Louisiana: si usa il ma’am o il sir per rispetto verso qualcuno che si sta servendo (in un ristorante o un hotel), qualcuno di livello superiore (il proprio capo), qualcuno di più anziano (i propri genitori o i propri nonni). È un’usanza tipica del sud, al nord viene vista in maniera un po’ bizzarra e a volte offensiva (come se in Italia una ventenne venisse chiamata “Signora” – qui un approfondimento per i più curiosi).

Che sia un’usanza collegata alle forti radici schiaviste degli stati del sud? Alla forte differenza polarizzata di classi, razze, status economico?

Road trip lungo il Mississippi

New Orleans: I am here to live out loud

C’è una frase che mi risuona in testa da quando l’ho letta ogni volta che penso a New Orleans. L’ho letta in un locale, in un quadro appeso al muro, mentre attorno a me c’era chi suonava, chi ballava, chi beveva, chi rideva. È una frase di Émile Zola:

“If you ask me what I came to do in this world, I, an artist, will answer you: I am here to live out loud.

Questa frase per me è New Orleans.
La traduzione in italiano potrebbe suonare circa: “Se mi chiedi cosa sono venuto a fare in questo mondo, io, in quanto artista, ti risponderò: sono qui per vivere ad alta voce.” 
Ad alta voce, a squarciagola, in maniera rumorosa, strepitosa, ma anche sfacciata.

New Orleans è tante cose contrastanti tutte insieme.
È i buonissimi beignets del Café du Monde con montagne di zucchero a velo.
È i jazz club con le luci soffuse e gli odori che si mescolano.
Il brunch sui terrazzini.
Le strade sporche, bagnate, appiccicose.
L’aria euforica e fragorosa dell’estate.
L’atmosfera poetica e languida del French Quarter.
È musica ovunque, caos, risate piene.
È lasciva, peccaminosa, immorale, sudata, rumorosa, puzzolente, ammiccante, libertina.
È romantica, raffinata, francese, golosa, danzante, colorata, artistica, gioiosa, libera.

È vita e morte. Piene entrambe.

Visitare New Orleans

Pensieri felici di questo on the road della musica

🎵 Riabbracciarci tutti a Chicago dopo mesi: chi dalla Romagna, chi da Tel Aviv, chi da San Francisco

🎵 Rimanere ipnotizzata dai riflessi del Cloud Gate

🎵 Toccare l’acqua gelata del Lake Michigan a Chicago

🎵 Il terrore e le risate dentro la capsula di risalita del Gateway Arch a St. Louis

🎵 Finire la giornata a St. Louis al BB’s Jazz, Blues and Soups festeggiando il compleanno del tastierista tra una settantenne canadese e un un gruppo di ragazze afroamericane di una bellezza da togliere il fiato e uscire da lì come se ci conoscessimo tutti da una vita

🎵 Immaginarmi a scrivere un libro tra i cortili delle ville di Old Louisville

🎵 I balli con la mamma e la Linda sul ponte pedonale di Nashville al suono di una fisarmonica

🎵 Prove di fiducia nell’umanità: cellulari ripetutamente lasciati in giro e ripetutamente ritrovati

🎵 Il pranzo da Country Boy a Leiper’s Fork, nel mezzo del nulla, in Tennessee

🎵 La Messa alla Full Gospel Tabernacle Church tenuta dal reverendo Al Green

🎵 I calzini di cui vado più fiera con i bradipi tamarri col Rolex d’oro e il catenone col dollarazzo

🎵 L’atmosfera del sud vero, dove il caldo si fa torrido e tutti ti salutano come se fossi a casa

🎵 La quest più difficile del nostro viaggio: trovare tutte e tre le tombe misteriose in cui si dice essere sepolto Robert Johnson. Poiché il nostro capofamiglia è sia un patito sfegatato di musica, sia un grande estimatore del turismo cimiteriale, questa era la combo per l’avventura perfetta. E tutta la famiglia è stata coinvolta nella caccia al tesoro

🎵 La colazione preparata a mano da Andrew di Bazsinsky House (con dei tortini di prosciutto e formaggio che me li sogno la notte)

🎵 Il verde accecante delle colline del Mississippi

🎵 L’aria di paesino di mare che si respira a Natchez – anche se è sul Mississippi

🎵 Le chicchiere con Lamarquis (?) nel cortile della la Myrtles Plantation di St. Francisville

🎵  Due ore acquerelli con mia sorella sulla terrazza di un café di New Orleans, sotto la pioggia, riparate da un ombrellone

🎵 I beignets con montagne di zucchero a velo sopra che quando ridi imbianchi la persona davanti (normalmente la mamma)

🎵 L’alligatore che ci spunta dalla palude alle spalle e ci fa cagare sotto

🎵 La mamma che bacia un cucciolo di alligatore mentre noi siamo arrampicate sulla ringhiera della barca dalla paura

🎵 Cantare a squarciagola “Country roads, Take me home! To the plaaaaace, I belooooong!

🎵 Viaggiare con la mia famiglia, dopo mesi di lontananza

Pensieri felici di questo on the road della musica

27 thoughts on “Diario-brainstorming di un road trip da Chicago a New Orleans

  1. Meraviglia, Irene! Ti sento sempre molto vicina quando racconti degli incontri con la tua famiglia lontana. Penso che tutti meriterebbero momenti così, come quelli descritti in questo viaggio. Sono quei rari pezzi di vita in cui capisci quali sono le cose che contano veramente.
    Buona continuazione e al prossimo viaggio!

  2. Credo di averlo già scritto, un bel viaggio diventa memorabile a seconda della compagnia che si ha ed il tuo lo è stato 🙂

    —Alex

    • Sono assolutamente convinta di questa cosa. Così come un ottimo viaggio può diventare intollerabile con la compagnia sbagliata. È fondamentale imparare a conoscersi e a selezionare i giusti compagni di viaggio ☺️

      • Vero.
        Infatti come sai bene, io non amo fare viaggi da solo ma ho pure il “terrore” di trovare compagni di viaggio sbagliati.

        Purtroppo ormai i miei storici compari abituali di viaggio hanno preso altre strade e se voglio viaggiare in compagnia devo fare salti nel buio.
        Purtroppo, ultimamente mi è sempre andata male 🙁

        Mi sta passando la voglia di viaggiare 🙁

        • No no non dire così! Concordo con te sul fatto che i salti nel buio spesso siano degli schianti nel buio, però i viaggi ne valgono sempre la pena, no? Esperienze davvero così negative?

          • Purtroppo sì. Sarà che più passa il tempo e più divento insofferente a certi comportamenti.

            Sicuramente è colpa mia che mi faccio rovinare facilmente l’esperienza da queste influenze negative.

            Un abbraccio

            —-Alex

  3. Irene che meraviglia, aspettare i tuoi articoli è come aspettare la prossima puntata della tua serie preferita .. capisco bene come ti sei sentita riguardo la vergogna di essere bianca..
    È una sensazione che mi accompagnava sempre (e lo fa tuttora) quando portavo i turisti a visitare Stone Town, a Zanzibar. Un malessere continuo..
    speriamo in un futuro migliore ❤️
    Grazie ancora

    • Che bello il paragone con l’attesa della tua serie preferita, io sono una drogata di serie e lo capisco bene!! 😀
      Purtroppo sì, malessere ma decisamente educativo. Spero che le prossime generazioni queste cose le abbiano già nel proprio dna.

  4. Irene che viaggio e che meravigliosa famiglia!!! Stupendo leggere questo articolo che mi fa sognare sia per i posti visti che per come li avete visti…. Cose del genere ti permettono di creare un legame indissolubile con la famiglia, cosa che con la quotidianità ahimè non ti fa fare… io ho la mia famiglia vicina ma questi momenti non ce li concediamo mai… che peccato! Sei fortunata, davvero e sono estasiata dai tuoi racconti! Grazie!!!!

    • Devo proprio dire che hai ragione: condividere queste esperienze insieme crea un legame molto forte. Ma è la quotidianità che lo cementa, e a me manca molto da quaggiù. Abbracciatela forte la tua famiglia vicina ☺️

      • Certamente sono personali… Come (quasi) tutte le sensazioni che si provano viaggiando… Però, in certi mi riconosco. Certi sono vicini ai pensieri che in viaggio faccio anche io. E sono sempre bellissimi da leggere!

  5. stare “dall’altra parte” anche solo per pochi attimi è sempre una sensazione da pugno nello stomaco, se ci si ferma a riflettere. quest’estate siamo stati rimbalzati a una frontiera in montenegro (chiusa immagino per ragioni di stretta attualità) perchè “non destinata a transiti internazionali” e a causa di questo abbiamo dovuto saltare una tappa in prgramma. nel suo piccolissimo (per noi è stata l’insignificante modifica di una tappa vacanziera, per altri è l’essere respinti durante il “viaggio della speranza”), ai nostri bimbi sulle migrazioni ha insegnato più questa esperienza di pochi minuti che mille(mila) parole.

    • Che fallimento dell’umanità mondiale la chiusura delle frontiere. Qua il problema si pone con le famiglie spezzate tra Messico e Stati Uniti, è drammatico. Vederlo in prima persona però davvero risveglia la coscienza, come se le cose che si leggono nei giornali non fossero completamente reali.

  6. Erano mesi che tenevo d’occhio il tuo blog in attesa di trovare questo resoconto! E che di dire? Bellissimo, mi fai sempre venire voglia di partire all’istante *_*
    La riflessione sui bianchi e sui neri mi ha fatto venire la pelle d’oca. Sei riuscita benissimo a trasmettere la vergogna che hai provato 🙁

    • Giusy grazie della pazienza, piano piano ce l’ho fatta ☺️
      La sensazione di essere fuori posto è stata davvero un pugno allo stomaco che non mi aspettavo, non posso neanche immaginare la sofferenza di un’intera vita così, di un intero popolo così!

  7. Grazie Irene per avermi fatto viaggiare con te! Sogno New Orleans da anni e spero di avere l’occasione di andare presto!!

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