Dispacci da San Francisco #15: vivere all’estero, per vivere il doppio si perde sempre metà?

Questo è un post che chi vive lontano da casa capirà molto bene.

Sono giorni che ho pensieri un po’ malinconici.
Per assurdo arrivano proprio in uno dei momenti più felici e più pieni della mia vita a San Francisco.
O forse proprio per questo.

Penso a mia nonna, che se n’è andata a novembre mentre io ero qua.
Penso alle mie amiche, che forse avrebbero bisogno di un abbraccio in più.
Penso ai miei genitori, che nel giro di un anno sono andati entrambi in pensione e potremmo fare talmente tante cose insieme.

Vivere all'estero e affrontare la distanza - per vivere il doppio si perde sempre metà

La prima batosta arriva quando ti perdi qualcosa di importante perché per qualche motivo non riesci a tornare a casa: il matrimonio della tua migliore amica, la laurea di tua sorella, il funerale di tua nonna.

«Non ti preoccupare se non riesci a venire, non è la presenza fisica che è importante.»

In parte è vero. In parte no.

Ne perdi uno, poi un altro, poi un altro ancora.
Vivi la tua vita in Italia tramite le foto che gli amici ti mandano, tramite le telefonate, i racconti. Ma piano piano inizi a mancare, nelle grandi cose come nelle piccole.

Non ci sei quando un amico finisce una storia importante, non ci sei quando la tua amica si innamora di nuovo, non ci sei quando tua nonna deve essere operata. Non ci sei nemmeno quando, alla fine, se ne va.

Non ci sei nelle chiacchiere, nei caffè al volo, nelle colazioni lente della domenica mattina, negli aperitivi ridanciani del venerdì sera. Nelle pizze da asporto senza neanche apparecchiare, nelle ore passate a filosofeggiare in auto prima di rientrare in casa, nelle biciclettate estive, nelle serate in cui c’è qualcosa da festeggiare.

Nei pianti, nelle risate, negli abbracci. Non ci sei.

Vivere all'estero e affrontare una perdita

O almeno, ci sei, ma a pezzettini.
Un mese di qua, due settimane di là.
Sempre di corsa a incastrare tutti gli impegni, ad abbracciare più persone possibili.

Per quanto sia tosto da ammettere, è la verità: la distanza appanna le relazioni, le rende più complicate, più impegnative, più incostanti. Coltivare le relazioni a distanza – di amore, di amicizia, di lavoro, di vita – è un lavoro a tempo pieno, delicatissimo e fondamentale.

Come scrivevo qui un po’ di tempo fa:

“Queste due vite sono una meraviglia e una condanna contemporaneamente.
Una meraviglia perché raddoppiano le amicizie, le gioie, le radici, le risate, i ricordi. È una vita al 200%, è una vita che sono due. Però il tempo rimane lo stesso quindi si è condannati a vivere tutto a metà. Per godere di una metà si deve rinunciare – per un po’ – all’altra.
Che vuol dire non poter far colazione con mia mamma e mia sorella ogni mattina.

Che vuol dire non poter passare le serate a cena col babbo sul terrazzo.”

Perdersi nascite, matrimoni, compleanni, momenti importanti.
Ma soprattutto, lentamente e inesorabilmente, perdersi la quotidianità e perdere (un pochino) le proprie radici.

Vivere all'estero - coltivare le relazioni a distanza

È un equilibrio difficile da trovare, è forse la sfida più grande di ogni vita lontano da casa.
Riuscire a mantenere due vite e due identità, calibrandole e dosandole per farle stare nello spazio di una sola.

È una grande prova di pazienza, costanza e amore.
È una prova fatta di rinunce e sacrifici, compromessi e soddisfazioni.
È una lotta innaturale contro il nostro senso umano di volere tutto e subito.

Questo equilibrio è la cosa più delicata, complicata e dolorosa di questa vita lontano da casa.
Ma è anche la più preziosa.

Riuscire ad ottenerlo, calibrarlo e gestirlo, è davvero la chiave per vivere una vita felice attraverso continenti e oceani.

25 thoughts on “Dispacci da San Francisco #15: vivere all’estero, per vivere il doppio si perde sempre metà?

  1. Io sono una di quelle che “subiscono” queste vostre vite a metà. Mio fratello dal 2013 vive in Ecuador e riesco a vederlo, quando va bene, solo una volta all’anno. I miei, che non possono viaggiare, anche meno.
    E se ci aggiungi anche un nipote che praticamente abbiamo solo visto nascere e che è ecutoriano ormai al 100% e non parla quasi italiano, capirai quanto dolore siamo costretti a sopportare.
    Non è facile, nè per chi parte nè per chi resta. Non è facile capirsi, ancora meno se questi rapporti complicati dalle distanze sono funestati da connessioni internet difficoltose nel Paese dove vivono i propri cari.
    Per questo ti dico che ti capisco e capisco probabilmente i tuoi cari, ma posso assicurarti che per noi che restiamo ciò che conta davvero è sapervi felici (e conta TANTISSIMO) e sentire che non ci dimenticate, che siamo sempre parte della vostra esistenza lontana. A volte basta un messaggio, un buongiorno. Perché l’affetto è un ponte che nessuno può spezzare se viene alimentato.

    • Ely grazie per questo commento ❤ Da una parte mi fai molto felice, dall’altra parte mi si spezza un altro pochino il cuore a pensare alla sofferenza che si arreca (oltre alla nostra). È tanto difficile, io per ora so che il mio bilancio globale di felicità mi porta qui oggi, domani non so.

  2. È tutto dolorosamente vero. Abbiamo preso tra le mani la nostra vita ma questo ha comportato dover lasciare indietro tante cose. E la vita di chi abbiamo lasciato continua (o finisce) anche senza di noi. Capisco ogni tua virgola.
    Però quando siamo partite ci credevamo e, tutto sommato, ci crediamo ancora nonostante le mancanze. Dobbiamo continuare ad aggrapparci fortissimo a noi stesse, ai nostri sogni, alle nostre certezze, e a chi ci sta accanto. E, chissà, magari un giorno torneremo. In fondo, nulla è irreversibile.
    Un abbraccio da Bologna, cara Irene. E in bocca al lupo per tutto.

    • È proprio così Velia. Io ci credo ancora tantissimo, anche perché nel momento in cui “la fatica supererà il gusto” (come si dice in Romagna) tornerò indietro senza nessun rimpianto. Ad oggi la vita qui, con tutte le sue mancanze, ne vale la pena, perché ha tanti, tantissimi aspetti positivi. Grazie di queste belle parole, ci sono così tante persone che vivono le stesse cose senza saperlo 🙂

  3. Mamma mia quanto hai ragione…io ho lavorato all’estero per 12 anni nel mondo dell’animazione, e sebbene non mi sia mai pentita un solo giorno della mia scelta, era difficile far capire agli altri che comunque il prezzo da pagare era abbastanza alto.. per il momento sono a casa, va bene così, avendo imparato il valore di certe cose, ora le apprezzo ancora di più 🙂

    • Esatto, nessun rimpianto per ora, ma comunque ciò non toglie che mi manchino tante cose. È proprio vero che poi apprezzi tutto molto di più quando torni 🙂

  4. Che dire, purtroppo le medaglie hanno sempre due facce: se vuoi una, devi accettare anche l’altra.
    Ringraziamo la tecnologia che ci permette di rimanere in contatto con chi amiamo anche a distanza; io penso sempre a mio padre ed ai suoi fratelli e sorelle, sparsi letteralmente in tre continenti che, fino a “pochi” anni fa potevano sentirsi solo tramite lettere che ci mettevano settimane, quando arrivavano.
    Adesso con skype, per esempio, non sarà come essere lì di persona ma almeno possiamo dialogare in diretta.

    Un abbraccio!

    —-Alex

    • È così, prendiamo su entrambe le facce della medaglia con il sorriso sapendo che la medaglia ce la siamo costruita noi 🙂
      La tecnologia è ASSOLUTAMENTE FONDAMENTALE, io non credo riuscirei a fare questa vita senza Skype, Whatsapp e email. Che bello pensare a tuo padre che parla su Skype con i suoi fratelli in giro per i continenti 🙂

  5. Secondo me, succede che a lungo andare diventi turista a casa tua. La tua vita all’estero, a parte all’inizio quando tutto è una novità e richiede un notevole sforzo per essere raggiunto, diventa routine. Che tu sia a San Francisco, New York, Sydney, Londra, San Paolo, poco importa. Tutto quello che racconterai, avrà l’aura di una cartolina. Nessuno dei tuoi amici di casa riuscirà ad immaginartici veramente, nella tua nuova vita. Come tu, non riuscirai a immaginare i cambiamenti, grandi e piccoli, che a casa avvengono in tua assenza. Perché te li raccontano, ma ci devi sbattere il naso contro prima di farli diventare reali.
    E poi torni a casa. Hai 15 giorni per raccontarti e per farti raccontare. 15 giorni che, alla fine, passeranno troppi veloci, dove, magari, riuscirai a fare tutto, ma non a sentirlo. Alcune cose saranno cambiate, ma non te ne accorgerai subito, a te rimarrà solo un piccolo fastidio per non riuscire a comprendere bene. Il senso di colpa per non avere avuto abbastanza tempo per abbracciare tutti.
    Per noi è impossibile dimenticarci di loro, ma per loro potrebbe non esserlo.

    • È tutto assolutamente come dici tu. Per ora io torno abbastanza spesso (3 volte all’anno per 1 mesetto) da sentire ancora l’Italia come “casa”. A volte fa quasi più male devo dire. Ma almeno mi sento ancora parte di quei luoghi. Mi spaventa molto il momento in cui mi sentirò un’estranea, ma so che arriverà, con molta probabilità. Grazie per questo commento ❤

  6. Mi dispiace tanto per tua nonna Ire, so bene come ci si sente quando una parte così importante della propria vita vola via. E l’acquerello… è perfetto. <3
    Nonostante questo penso che sia normale per i giovani d'oggi ritrovarsi ad avere a che fare con certi distacchi, certe vite doppie che sono a volte a metà. Magari presto mi ci ritroverò anche io e sarà difficile ma se sarò soddisfatta di quel che faccio giorno dopo giorno e di come sto costruendo il mio futuro, allora la parte difficile lo sarà un po' meno, soprattutto con il sostegno di chi, anche se lontano, ci sta sempre accanto!
    Un abbraccio <3

    • Grazie cara ❤ L’acquerello l’ho dipinto ascoltando questa canzone che mi ha fatto piangere moltissimo la prima volta che l’ho sentita, proprio singhiozzi.
      È difficile questa vita, ma ne vale la pena, devo dire. O almeno ad oggi ne è valsa la pena. Nel momento in cui sentirò che non ne varrà più la pena penso che comprerò un biglietto di sola andata per Bologna 😉

  7. Come ti capisco cara Irene. Eppure io sono a due ore di volo dall’Italia, posso permettermi in teoria di tornare quando voglio. Quattro volte tra settembre e dicembre non sono poche. Però resta il fatto che alla laurea di mia sorella non ero lì. Alla laurea della mia migliore amica neppure. E ho perso di un giorno la laurea di un altro amico perché mi ero organizzata per passare a trovare amici in Lombardia prima di arrivare in Emilia e non avevo il volo su Bologna…

    Ma io come te quando abbasso la testa sulla mia scrivania piena di fogli, progetti, cartelle e post it penso che il bilancio è super positivo. Si stringe il cuore, ma avanti tutta.

    Un abbraccio speciale alla tua nonna. So che un giorno toccherà anche a me e sarà durissima.

    • Quattro volte tra settembre e dicembre in effetti sono un sogno, ma non sono mai la quotidianità. L’importante è sceglierla ogni giorno questa vita, perché il giorno in cui ci sveglieremo rendendoci conto che non siamo più nel nostro posto nel mondo, sarà ora di fare le valigie con il cuore in pace 🙂

  8. Cara Irene, come sempre scrivi dritta al cuore.
    Tra pochi giorni mi trasferirò a Vienna, per amore e per avventura, ma la mia paura più grande è tutta qui, in quello che hai scritto.. sono felice, quasi estatica, all’idea di iniziare un nuovo capitolo completamente diverso in una città bellissima, ma il pensiero che perderò proprio quei caffè al volo e quelle pizze da asporto senza neanche apparecchiare ce l’ho ben presente in testa.
    Un abbraccio virtuale fortissimo!
    Bea

    • Grazie Beatrice, io recupero i commenti con i tempi di una lumachina ma piano piano arrivo. Ti sei trasferita alla fine? Come sta andando? Vedrai che andrà sempre meglio 🙂 Un abbraccio!

  9. Io invece ti ammiro per il coraggio. Tuo, e di tutti quelli come te che hanno lasciato l’Italia per inseguire un sogno, trovare una vita migliore, un lavoro dignitoso. Tutte cose che difficilmente questo paese al momento può offrire.
    Io sono stata una fifona. Figlia unica di una figlia unica, con tante persone che contano su di me. Mi sono sempre vista come una persona tosta, coraggiosa, che ancora idealizza i 5 mesi passati all’estero durante l’università. La verità però è che, quando è arrivato il momento di dover prendere una decisione, vuoi per gravi problemi di salute di un familiare, che per mia “vigliaccaggine”, è stato lui a trasferirsi qui.
    Con il risultato che quasi 8 anni dopo, siamo ancora a lottare per un lavoro dignitoso ed una vita tutta per noi, obiettivi apparentemente semplici che però vedo sempre più lontani. Quindi Irene, capisco come ti senti, ma sono anche sicura che le persone che ti amano vogliono la tua felicità, che sia accanto o lontano da loro.
    Ti mando un forte abbraccio per tua nonna.

    • Ciao Celeste, devo dire che io sono un caso un po’ atipico: mi sono spostata qua per lavoro, sì, ma per continuare a fare ciò che facevo in Italia per la stessa organizzazione, per collegare al meglio la mia Italia con la Silicon Valley 🙂
      Qualunque siano stati i motivi delle tue scelte, vedili al positivo: sei rimasta per amore della tua famiglia, delle tue radici. A me sembrano ottimi motivi per restare, e ottime basi per costruire qualcosa di valore anche dove sei ora. Ti mando un abbraccio stretto, e ti auguro di raggiungere i tuoi obiettivi prima possibile 🙂

  10. In Giappone dicono che con il tempo ciò che ha forma perde forma, e ciò che non ha forma prende forma..

    tutto cambia.
    Le cose, le circostanze, le persone, noi stessi, anche se non ce ne accorgiamo. E le persone si allontanano, pur vivendo nella stessa città.

    La distanza accelera questo processo, forse. O forse no. Alle volte crea dei tossici sensi di colpa che possono far danni. TuttaviaCredo abbia il grande il vantaggio di aiutare a capire chi sono le persone davvero importanti. Quelle che se incontri dopo anni ti sembra di aver incontrato solo qualche giorno prima ?

    E alle volte la distanza fa nascere uno stupendo blog : )

    Tempus fugit, ovunque siamo..

    • Che bello questo detto giapponese, grazie. Ci penserò su.
      Io devo dire che fino ad oggi sono stata fortunata con le amicizie, ma tre anni di vita fuori forse sono troppo pochi per giudicare.
      E grazie per il bel pensiero sul blog 😉

  11. Ciao Irene, leggo ora questo tuo post.
    “Coltivare le relazioni a distanza – di amore, di amicizia, di lavoro, di vita – è un lavoro a tempo pieno, delicatissimo e fondamentale.”
    Ma quanto è vera questa frase? Ho vissuto a distanza, ogni tanto accade ancora. La mia dolce metà sta a centinaia di chilometri. E’ durissima, ma ce la faremo, con passione.
    Un abbraccio

    • Ciao Elena, sono felice che tu mi capisca 😀 è durissima, come dici, ma con la passione e la costanza si affronta tutto. In bocca al lupo e un abbraccio stretto.

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