Dispacci da San Francisco #4: home is where the lampada con le lucine is

È così difficile sentirsi a casa dall’altra parte del mondo.

Poi scatta qualcosa – click! –  e ti bastano un barattolo con le lucine, una balena, un divano comodo e una pasta al pomodoro cucinata come dico io (con il basilico fresco profumatissimo), per essere a casa.

Ci siamo, iniziano a spuntarmi delle piccole radici.
L’Italia mi manca da matti (che se sento il profumo di una pizza mi commuovo), la mia famiglia non ne parliamo, amici, colleghi, la mia casina, mi manca tutto.
Ma questa vita mi piace tantissimo, e mi fa tanto felice, quindi è il prezzo da pagare.

E ora che mi sento a casa, che iniziano a spuntare queste piccole radicine, che ho un negozio di alimentari che quando ci vado si ricordano di me, che la mattina al coworking attivo il cervello con 10 minuti di chiacchiere con Kyle, ora è tutto più facile.

“You can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards.”
(Steve Jobs)

Home is where the lampada con le lucine is

Home is where the lampada con le lucine is

Ho trovato casa qui a San Francisco.

Una casina davvero dolcissima.

Piccina, ma abbastanza grande per viverci comodamente.
Ha tutto: camera da letto, cucina, bagno, salotto con un giga divano letto per gli ospiti!
(Ha perfino la piscina in comune con tutti i vicini che non userò perché per quanto sia caldo c’è sempre un po’ di vento e se mi tuffo mi viene un cricco sicuro.)

La mia casina nuova ha già una lampada con le lucine, come quella a casa mia in Italia.

Quando mi sono trasferita qui mancavano gli asciugamani, un padella di dimensione sufficiente per cuocere il sugo per la pasta, mancava il cuscino nel letto.
Quindi io cos’ho fatto?
Sono uscita e sono andata a comprare una balena di ceramica da tenere sul comodino.
Ragionevole.

Trovare questa casa è stata una lotta, il mercato degli affitti qui a San Francisco è assurdo.
Ogni casa costa al mese almeno 5 volte quello che costerebbe in Italia (o almeno per i prezzi romagnoli).
L’annuncio viene postato su Craigslist e dura al massimo un paio d’ore: in quelle due ore rispondono centinaia di persone e di solito l’affittuario risponde ai 2-3 più interessanti tra i primi 20.

Ho passato giorni interi su Craigslist scrivendo agli annunci che mi piacevano di più, con le dita incrociate.
Poi Felipe – un ragazzo cileno gentilissimo che ho conosciuto al coworking – mi ha spiegato come dovevo fare.
Era inutile scegliere gli annunci sulla base delle foto, della descrizione o del quartiere, magari erano annunci di diversi giorni prima e la casa aveva già trovato un affittuario.

La tattica vincente è una sola: mettere gli annunci in ordine di data e aggiornare in continuazione la pagina.
Appena viene postato un annuncio nuovo mandare una mail di richiesta a prescindere da tutto: a meno che non sia una casa da 10mila dollari al mese o una topaia, bisogna mandare la mail, tutto fa brodo.
Sulla base poi di chi risponde, si screma. Tanto rispondono in così pochi che è inutile scremare prima.
Purtroppo visto il delirio degli affitti, Felipe aveva proprio ragione.

Il primo giorno che ho fatto così ho ottenuto 5 appuntamenti per i due giorni seguenti.
Il primo appartamento era orribile, il secondo e il terzo molto carini, il quarto fuori dal mio budget alla grande, il quinto era perfetto.
E alla fine ho scelto il quinto.

La ragazza che mi affitta la casa è una designer iraniana di trent’anni che si è appena trasferita da San Francisco a Los Angeles per andare a convivere con il suo futuro marito.
Mi ha lasciato la sua casa con tutti i mobili e tutto quello di cui posso aver bisogno, dalle candele alla connessione wifi pagata.
E lei è davvero un amorino, super gentile e sempre disponibile.
L’ultima volta che ci siamo incontrate le ho detto che mi piacerebbe tantissimo visitare l’Iran e ha detto che la prossima volta che torna a casa posso andare con lei.
Insomma, dopo tanto tribolare, ho avuto una botta di culo che mai.

E finalmente sono a casa.
Con le lucine, la balena e tutto il resto.

La mia lampada ovunque - un barattolo con le lucine La piscina dell'appartamentoBuild icons not ideas

La me di tre anni fa e la mia mamma a 10mila chilometri

Qualche giorno fa ho avuto una giornata davvero stancante.
Bella, piena di cose, c’era anche il sole.
Ma stancante.
Tipo che corri tutto il giorno, che non ti fermi mai, che fai mille cose di cui sei super soddisfatta, ma quando arriva la sera vorresti che qualcuno si prendesse cura di te, non hai neanche la forza di metterti il pigiama.
Una giornata al 110%.
Di quelle che la sera vorresti andare ad accoccolarti di fianco alla mamma sul divano mentre lei fa chilometri di sciarpe all’uncinetto, giusto per sentire che sei al sicuro.

Ma la mia mamma è a 10mila chilometri da qui, così l’altra sera ho adottato la soluzione “Tutti insieme appassionatamente“: pensare alle cose belle.
E mi è venuto in mente un post che ho scritto più di tre anni fa: parla delle cose belle, di tutte quelle cose piccole ma felici che di solito ci dimentichiamo > These are a few of my favorite things

È un post di una tenerezza disarmante – sia per come è scritto, sia per quello che c’è scritto.

E mi ha fatto tornare il sorriso:)

(Qui sotto un po’ di pensieri felici)

Pensieri felici Pensieri felici Pensieri felici Pensieri felici Pensieri felici

L’invasione dei millennials 

La gente usa veramente la parola millennials qui.

La usa in maniera colloquiale tipo: “sono stato a quell’evento ed era pieno di millennials”.

Da noi viene usata praticamente solo dai giornali per parlare di questa generazione che fa cose incomprensibili che probabilmente cambieranno il mondo, ma non si sa ancora se in bene o in male.

Io faccio parte di questi millennials, ma nessuno prima di venire qui mi aveva mai detto “te sei una millennials” come se fosse una razza o come se tifassi una squadra di calcio.
Qui è normale. Colloquiale.

A me fa troppo ridere, ogni volta che lo sento ridacchio tra me e me.

Haight Street

Improvvisamente, per colpa del fuso, mi ritrovo mattutina

Io, che di solito la domenica dormivo fino a mezzogiorno.

Ma da quando sono qua qualcosa è cambiato.
All’inizio è stato per colpa del fuso: alle 8 di sera avevo già sonno e alle 5 di mattina cominciavo già ad aprire un occhio.
Svegliandomi presto ho scoperto un mondo mattutino che prima non conoscevo: fatto di luci morbide, di tempi allungati, di rituali dedicati solo a me.
E mi è piaciuto così tanto che ho deciso di prendermi tutto il tempo che posso.
Svegliarmi presto per aver tutta la giornata, non solo metà perché l’altra metà l’ho passata a poltrire sotto le coperte (anche se continuo ad amarlo – ogni tanto lo faccio comunque).

Così ho cominciato a puntare la sveglia mezz’ora prima del solito, per avere un po’ più del tempo precisamente necessario per lavarmi-vestirmi-uscire di casa.
Nei weekend invece non la punto, ma magicamente il mio corpo si è abituato e per le 9 sono sveglia e riposata, con tutta la giornata davanti.

Grazie fuso orario per avermi regalato ore di vita preziose che mi fanno un po’ più felice.

La luce della mattina a San Francisco San Francisco al mattino presto

I cimiteri agli americani non fanno paura (a me sì)

Qua vivono i cimiteri molto diversamente da noi.

Io appena metto piede dentro a un cimitero ho praticamente già le lacrime agli occhi, mi inizia a battere il cuore fortissimo e le gambe diventano molli.
I cimiteri per me sono luoghi tristi, cupi, che mi fanno pensare alle persone che amo e non ci sono più e non torneranno più.
C’è qualcosa di più triste?

Qui invece sono serenissimi.
La settimana scorsa c’è stato lo spettacolo dei Blue Angels, dove questi jet supersonici solcavano i cieli di San Francisco (una cosa simil-frecce tricolori), e la gente li guardava serenamente da dentro il cimitero perché la vista da lì era ottima.

Con sedie pieghevoli e copertine da pic-nic e compagnia bella.

Dentro al cimitero.

A me sono venuti i brividi solo a passarci davanti.
Però ci ho pensato per giorni a questa cosa, al modo diverso di vivere un luogo, un’emozione.
Ora passo il pensiero a voi.

I cimiteri americani

Tu Vuò Fa L’Americano

Venerdì mattina mi sono svegliata stanchissima.
Con calma – come vi ho detto – mi sono lavata, ho fatto due sbadigli, mi sono vestita, ho fatto due sbadigli, sono uscita, sbadigliando.

E ho pensato: “Mmm, adesso vado al coworking e mi sparo una tazzona gigante di caffè americano col latte, mi fa proprio voglia!”

NUOOOOOOOOOOOOOoooooooooooooo!!

Il caffè americano noooo!
Sono diventata una di loro!!
Mi stanno facendo il lavaggio del cervello, non posso accettarlo!
Devo intervenire, correre ai ripari!
La mia italianità si sta sbriciolando!

Presto! Dieci pacchi di Penne Barilla prodotte in Iowa!
Cinque chili di mozzarella gommosa venduta in panetti quadrati a peso d’oro!
Una tovaglia a scacchi bianchi e rossi da usare come mantello per rivendicare la mia anima pizza&mandolino!

IL CAFFÈ AMERICANO NON PUÒ ESSERE IL MIO PENSIERO FELICE DEL MATTINO.

Ciao, vado ad ascoltare Tu Vuò Fa L’Americano per farmi sgridare a tempo di musica da Renato Carosone.

Il caffè americano Each day is an opportunity to learn, laugh, love, live, and maybe, hopefully, all of the above

31 thoughts on “Dispacci da San Francisco #4: home is where the lampada con le lucine is

  1. Da Millennial a Millennial (è la prima volta che leggo/sento questa parola: che bel suono!), sono proprio contenta che tu ti stia ambientando. E la balena di ceramica è adorabile!!
    Ho sempre trovato curiosa la percezione americana del cimitero, in effetti, con tutto questo verde, l’assenza di cipressi e lapidi cupe… Forse siamo noi Europei quelli strani. 😉
    Io sono una mattiniera convinta e non posso non capire il fascino delle prime, tranquille, ore del mattino, che qui hanno cominciato a vestirsi di una lieve foschia tutta novembrina: una vista quasi fiabesca!

    • “Millennials” a me fa venire in mente tipo uno di quei film di fantascienza dove una razza aliena con le sembianze umane (ma in realtà corpi robotici) conquista la terra – qualcosa tipo Blade Runner con i replicanti. Non so perché, mi faccio dei viaggi mica da poco.

  2. Belli questi dispacci da un posto che è anche nel mio cuore, faccio il tifo per te e per tante altre “botte di culo pazzesche” 🙂
    Sui cimiteri abbiamo la stessa visione: in Italia ogni volta che ci vado è un magone infinito e bisogna ammettere che nella maggior parte dei casi sono di una desolazione unica. E’ come se la tristezza di tutti quelli che vanno ad onorare i propri defunti si sia radicata, si sia infiltrata in ogni più piccolo angolino e non se ne voglia più andare.
    In America invece è tutta un’altra storia! Tu hai visto gli americani piazzarsi lì con le sedie pieghevoli e tutto l’armamentario per godersi i jet supersonici? Beh, io andavo al Hollywood Forever Cemetery (LAX) a leggere interi libri durante i miei pomeriggi liberi 🙂
    Ora ho scoperto che ci fanno persino le proiezioni all’aperto la sera… Sono bellissime, e se ti capita di passare per Los Angeles, vacci perché l’esperienza è davvero unica 🙂

    • Negli ultimi tempi mi sono capitate talmente tante “botte di culo pazzesche” che aspetto che un meteorite mi caschi in testa per ribilanciare l’equilibrio del mondo. Mia mamma mi prende in giro quando dico così, ma mi sembra davvero di vivere un sogno così tanto più grande di me.
      Per quanto riguarda i cimiteri è vero, in America sono diversi e sono anche molto più accoglienti. Sono vissuti come parte integrante di una città, non come dei “recinti di tristezza” come li vedo io. Ma sono ancora troppo italiana per poter fare un pic nic tra le lapidi 🙂

  3. Buongiorno ma chissà che ora è per te 🙂
    Aspetto con curiosità questi dispacci, mi piacciono da matti!

    Che bello che hai scoperto la dolcezza della mattina presto, è un momento della giornata che io amo moltissimo, col mondo tutto pulito pulito e nuovo, mi sembra possa essere per un po’ solo mio quando c’è ancora silenzio e gli altri se la ronfano.

    Io sui cimiteri ho una posizione un po’ ambivalente. Il cimitero “di casa” mi fa lo stesso effetto che a te, perché proprio lì ci sono le persone che amo (e anche perché la nostra cultura ne ha sempre fatto un luogo un po’ lugubre, di tristezza prima che di pace). Quelli “altrui” invece mi comunicano un senso serenità, specialmente quelli del Nord Europa e del mondo anglosassone in generale. Li percepisco come luoghi pieni di ricordi, di amore, pace e riposo. Tutto venato da malinconia, una malinconia dolce.

    In particolare ricordo che mi diede questa sensazione fortissima il Cimitero del Bosco poco fuori Stoccolma. Un bosco vero e proprio, pieno di scoiattoli, alberi altissimi, panchine di legno e immensi prati verdissimi. Le persone passeggiavano in silenzio o passavano del tempo seduti al sole, circondati dai rumorini del bosco e da una distesa di piccolissime tombe piene di asfodeli gialli all’ombra degli alberi.

    Mi stupì non poco anche scoprire che a Londra in alcuni cimiteri la gente va a correre al mattino presto o li attraversa come niente fosse per andare a lavoro, tagliando per il parco anziché percorrere le strade piene di auto.

    Un altro luogo bellissimo di pace è il cimitero acattolico di Roma, c’è qualcuno che va a leggere tra le tombe, gli alberi e i molti gattoni che vivono lì. L’unico cimitero italiano che non mi dia i brividi.

    (Ora sembra che io sia una turista cimiteriale 😮 ma ecco no, mi ci sono trovata per i motivi più disparati, a Brompton praticamente perché mi ero persa… 😀 )

    • Da me era notte fonda 🙂
      Mi è piaciuto un sacco il concetto di “mondo tutto pulito pulito e nuovo” ❤
      Coi cimiteri io proprio non ce la faccio. Ne ho visti alcuni veramente bellissimi che comunicano davvero “pace” e “riposo”. Ma io personalmente sto proprio male. Cimiteri e ospedali sono posti che mi danno i brividi e mi annebbiano il cervello – dev’essere una cosa genetica, mio babbo è anche peggio 🙂

  4. “e ora che ho un negozio di alimentari che quando ci vado si ricordano di me…” E’ vero che fa sentire a casa??

    Per il caffe’ americano, succede. Passi dal dire cose come :’voi non sapete cosa sia un vero espresso” a pensare cose tipo: ” mi vado a fare una passeggiata e intanto mi bevo un badile di caffe’ lungo”.
    Come succede,non lo sai ma alla fine succede. Basta che quando torni a casa fai finta di niente e ritorni a rivendicare un sano espresso dopo ogni pranzo!
    In bocca al lupo per tutto,
    e goditi quella sensazione, a fine giornata, che sa di sicuro pensando che hai un posto tuo dove tornare e rilassarti per davvero.

    P.S.= quella balena e’ la cosa piu’ bella che ho visto nel’ultimo mese! <3

    • Fa sentire tantissimo a casa! Passi dall’essere invisibile a essere “una del posto”.
      Ma mi chiedevo: e se poi l’espresso non mi piace più quando torno a casa?! Aiuto!

      • Tu fingi! Fingi spudoratamente!!!! =)
        Ma vedrai che ti piacerá. Tornando a casa si risvegliano automaticamente tutte le vecchie abitudini ed é come se non te ne fossi mai andata!

  5. Io sogno! Veramente…ti leggo e sogno di svegliarmi ed essere lì a San Francisco!
    Si sente che sei serena da quello che scrivi, anche se ti mancano i tuoi affetti, mi sembra di vederti scrivere sulla tastiera sorridendo. A dire la verità mi capita praticamente sempre quando leggo i tuoi post, sarà mica perchè io sorrido mentre li leggo?
    Buona continuazione in quel di San Francisco 🙂

  6. Felice di comunicarti che ormai i tuoi post fanno parte delle cose belle cui posso pensare dopo una giornata no. Non ai livelli dei passatelli ma quasi ❤

  7. Ti ringrazio, mi hai fatto ridere tantissimo con quella storia del caffè americano! E così oggi almeno una delle cose che elenca la tua tazza l’ho fatta! 😀

    • Eheh! Per la storia del caffè: pensa che quando scrivo i pensieri escono già interi e composti dalla mia testa, cioè immagina che circo che c’è qui dentro, mi sono fatta delle ghigne da sola per mezz’ora quando è successo!

  8. Millennial 😀 sembrano marziani ed invece siamo noi!
    Sto leggendo i tuoi post con curiosità 🙂 ho sempre adorato San Francisco (almeno nei pensieri) e leggere le tue parole è un tuffo in un’esperienza che ancora non ho fatto 🙂 in bocca al lupo, ma sembra che ci siano già tante belle cose attorno a te.

    • Esatto! Sembrano marziani!! E invece 😉
      San Francisco è davvero un’esperienza immersiva. Incredibile da vivere, molto diversa da quello che mi aspettavo, nel bene e nel male.
      Sono davvero felice di essere qui a vivere questo sogno, non me lo sarei mai scrollato di dosso altrimenti.

    • Che bella cosa che mi hai detto! 🙂 Sai che da piccola davvero sognavo di fare la scrittrice? (E volevo essere anche Indiana Jones.)
      Chissà, magari un giorno. Ma scrivere un libro è una cosa molto seria, o almeno, io la prenderei come una cosa serissima. Chissà 😉

  9. Bah, nei miei mesi americani il loro caffè proprio non sono riuscito a farmelo piacere… Non per niente mi ero portato la moka ed il caffè da casa! 😉

    Bella la storia del divano libero…
    Non fargli troppa pubblicità che rischi davvero di vedermi arrivare alla tua porta prima o poi! 😀

    —Alex

    • Ti dirò che l’idea della moka mi sa che te la rubo, oggi dopo pranzo mi sono fatta un caffè in casa perché sono pigra e non avevo voglia di uscire ed è venuta fuori una roba imbevibile! Mi sa che quando torno a Natale faccio scivolare una moka in valigia 😉

      • Brava! Portati anche il caffè!
        Una curiosità: ma anche da te l’acqua del rubinetto ha un sapore di varechina (cloro) allucinante?
        A Indianapolis non si può bere e dovevo fare il caffè con l’acqua in bottiglia 🙁

        —Alex

        • Qui non è malaccio, anche se per me è comunque più buona quella depurata. Però la gente la beve e in generale cercano di spingerti a berla evitando l’inquinamento delle bottiglie.

          • Ho un’idiosincrasia per i depuratori d’acqua, specie per quelli domestici (potenzialmente pericolosi per due o tre motivi che non ti annoierò a spiegarti).
            Le bottiglie inquinano solo se non vengono raccolte e riciclate… Le classiche manie talebane americane 😉

            —Alex

  10. Ho scritto quasi tutto nell’ultimo dispaccio, perché li ho riletti entrambi, insieme. Mi emoziona il tuo modo di avere nostalgia e di vivere al 200%. Mi ritrovo molto in questo periodo.. siamo in cammino, e questo ci piace. 🙂

    Ti abbraccio

    • Sono in questo strano dualismo di vita al massimo e contemporaneamente di stand-by che non avevo mai provato.
      Ma le cose nuove mi piacciono 🙂

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