Marrakech, il quartiere artigiano

Oggi vi vorrei portare nel quartiere artigiano di Marrakech, dove si mischiano odori e colori creando un luogo incredibilmente lontano da tutto quello che abbiamo visto fino ad ora.

Dietro al souk di Marrakech, nascosto nella Medina, si trova il quartiere artigiano di Marrakech. Un turista difficilmente lo trova da solo, e, se lo trova, perde la giornata cercando la strada per uscirne.
È un labirinto di vicoli tortuosi, stretti, che si intersecano l’un l’altro senza un senso logico, un incubo rispetto alle nostre città ordinate con cardi e decumani.
Un paradosso rispetto a New York con streets e avenues numerate.
Ci sono tantissime persone che lavorano qui, anziani e ragazzi giovani perlopiù, tutti uomini ovviamente. Non parlano tanto, sono tutti concentrati sul lavoro. I passaggi sono stretti e bui, ogni tanto la strada si allarga e si vede il sole. Molte persone ci sfrecciano accanto su biciclette o motorini, mentre noi, goffissimi, fatichiamo a passare con uno zaino.

Qui, in pochi metri di spazio, gli artigiani lavorano con le mani: conciano le pelli di dromedario, tra le più care del Marocco, colorano le lane delle capre che pascolano sull’Atlante, battono il ferro per realizzare le bellissime inferriate da cui le donne possono guardare senza essere viste, tagliano il legno per creare zoccoli e tavolini, lavorano con strumenti di precisione per realizzare lucchetti di ogni forma e misura, considerati un grande lusso in Marocco (altro che Ponte Milvio!).

È caldo in questi vicoli, alcuni non sono nemmeno pavimentati, si alza la terra camminando, la si sente nel naso e nei polmoni. Si mischiano odori diversi: le pelli, i calderoni coi colori, il ferro arroventato, il legno tagliato.
Lavorano tantissime persone qui, alcune sono chiuse dentro a bugigattoli bui, altre hanno spostato la propria bottega direttamente in mezzo alla strada.
Maneggiano martelli e calderoni in ciabatte, hanno tutti le mani indurite dal lavoro e lo vedono come un orgoglio. Incrocio lo sguardo di un signore che sta lavorando le pelli, lui mi fa segno di avvicinarmi, mi prende la mano e mi fa sentire il suo palmo, duro e ruvido. Poi annuisce sorridendo come per dire “Vedi, quanto lavoro c’è in queste mani? Una vita.”

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