Il mio itinerario di una settimana in Marocco

Un post pratico per chi sta organizzando un viaggio on the road in Marocco.

Un po’ di informazioni generali per capire se è il viaggio che cercate:

  • Giorni: 8, dal 29 aprile al 5 maggio, temperatura perfetta.
  • Tappe: Marrakech > Kasbah Ait-Ben-Haddou > Ouarzazate > Zagora > Rissani > Merzouga e Deserto del Sahara (Dune Erg Chebbi) > Erfoud > Tinghir e Gole del Todra > Boumalne Dades e Gole del Dades > Marrakech
  • Chilometri macinati: 1.300 km
  • Persone: 4 (secondo me numero perfetto per un viaggio on the road)
  • Spesa totale del viaggio: 700 € a testa tutto compreso (aerei, riad, jeep, escursioni, mangiare, tè alla menta e shopping nei souk)
  • Mezzi utilizzati: aereo per/da Marrakech, jeep per fare tutto il giro.

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Ci sono luoghi in cui non vorreste tornare? Io sì: Dubai

L’ultimo giorno di ogni viaggio è sempre drammatico.
Ti accorgi che ti mancano ancora tantissime cose da vedere, tantissime schifezze da assaggiare, tantissime esperienze da provare. Non ce la farai mai in così poco tempo.
La verità è che non è mai abbastanza il tempo in viaggio.

Così scegli accuratamente ben consapevole che lascerai indietro qualcosa.
E andandotene lasci un pezzettino di cuore in ogni parte del mondo pensando “un giorno tornerò“.

Ci ho anche scritto un post tempo fa, scrivevo così: Ma un pretesto bisogna sempre seminarselo dietro anche quando si riparte. Un ristorantino ancora da provare, un quartiere ancora da esplorare, un mercatino ancora da scoprire. Lasciando qualcosa di inesplorato, ci stiamo promettendo di ritornare.

A me viene tutte le volte la sensazione di aver dimenticato qualcosa.
Quasi tutte.
Quando sono stata a Dubai no.
Me ne sono andata pensando che ero a posto così, che ero felice di aver aggiunto un tassello nel puzzle del mondo che ho conosciuto, ma anche basta.

vista di Dubai dal Burj khalifa

Dubai è una città di grattacieli in mezzo al deserto.
Quando è stato creato il mondo non era previsto che delle persone vivessero lì.
È un ambiente così ostile per l’uomo che tutta la vita si svolge al chiuso, dentro le case, gli uffici, i centri commerciali, le auto. Continue reading

Il deserto svuota la testa.

Siamo in macchina, in cinque, stiamo viaggiando già da qualche ora.

Da un po’, non saprei dire quanto, siamo in silenzio. La strada è sterrata e devo tenermi stretta per non sbattere la testa contro il tettuccio della jeep. C’è il sole fuori, non un sole fastidioso, ma quel sole tiepido, primaverile, che ti scalda il corpo e ti fa brillare i capelli. Ogni tanto va dietro una nuvola.
Stiamo percorrendo una pista ai piedi del deserto, di fianco a noi, per un paio di chilometri, c’è solo terra secca, in lontananza si vedono le dune dove inizia il Sahara marocchino.
Seguo con lo sguardo la forma delle dune, mi perdo a fissare il percorso di una crepa nella terra, guardo, ma non vedo niente. Sono ipnotizzata dal vuoto attorno a me, dal movimento della macchina, dal paesaggio che si sussegue sempre uguale ma diverso, come una decorazione geometrica nei quaderni delle elementari.
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In Marocco si impara la generosità

Il ragazzo seduto di fianco a me in aereo è di Marrakech, ma vive in Italia da otto anni, in un paese a qualche chilometro da casa mia. Fa il metalmeccanico, ora è in cassa integrazione. Questa è la terza volta che torna a casa da quando è venuto a vivere in Italia, da otto anni, il volo per il Marocco costa molto e i soldi preferisce mandarli alla famiglia. Facendo un veloce calcolo io negli ultimi otto anni sono stata a Londra sette volte. Ho dormito più volte io al Russel House Hotel che lui nel letto di casa sua.

Vorrei lasciare la magia di Marrakech e il silenzio del deserto per i prossimi post e inaugurare i racconti sul Marocco parlando della cosa che più mi ha stupito e colpito di questo viaggio: la generosità dei marocchini.

Il nostro autista è un uomo sulla quarantina, in gamba, sicuramente non ricco, ma molto dignitoso, si chiama Skouri. Per pranzo si porta il pranzo al sacco, un panino integrale con formaggio e pomodori, avvolto nella carta stagnola. Lo tiene nel portaoggetti sotto al bracciolo tra i due sedili anteriori della nostra jeep 4×4. La seconda mattina del nostro viaggio stiamo attraversando un villaggio berbero tra i monti dell’Atlante: poche case, tutte fatte di fango e paglia, mezze sciolte dalle intemperie. Ci fermiamo per fare due passi e incrociamo due ragazzi, uno è senza gambe e l’altro spinge la sua carrozzina. Ci salutano sorridenti e noi rispondiamo al saluto con la mano. Skouri si stacca dal gruppo, in francese ci dice di proseguire, che ha lasciato una cosa in macchina. Noi continuiamo la nostra passeggiata affascinati dalla diversità dei paesaggi, delle persone, dai continui sorrisi aperti e luminosi. Mi giro verso la macchina per non perdere di vista Skouri e rimango fulminata dalla scena: entra in macchina, prende il suo panino e lo mette nella tasca del giubbotto del ragazzo in carrozzina. Il ragazzo lo ringrazia e si sporge per abbracciarlo, Skouri si abbassa e risponde all’abbraccio. Rimangono così per un po’, poi si salutano e lui si avvia verso di noi. Io mi rigiro in fretta, sentendomi un po’ in colpa per aver visto questo momento così personale, per avergli rubato l’intimità di un gesto che lui aveva appositamente fatto in maniera riservata. Ci raggiunge sorridendo, non dice niente, io gli sorrido e continuiamo a camminare. Dopo un po’ torniamo indietro e risaliamo in macchina. Proseguiamo qualche chilometro e poi ci fermiamo in un barettino per pranzo, lui ordina solo un caffè, “Ho fatto una colazione abbondante – ci dice – oggi niente panino”.
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