Di come ho rischiato di essere ammazzata nel Bronx

[Disclaimer: il titolo è esagerato, dai. Però mi faceva ridere. La situazione è stata abbastanza assurda, ma non veramente pericolosa.]

Vi raccontavo qui del mio essere una stalk un’attenta osservatrice.

Essendo ogni giorno sul treno ho sempre nuovi spunti, ma è in viaggio che do il meglio. La metro credo sia stata progettata per me, con quei sedili uno rivolto verso l’altro. Un invito a nozze.

Come molti mi hanno fatto notare, fotografare gli sconosciuti non è solo sfacciato, ma è anche pericoloso. Fidatevi, lo so. Ora vi racconto.

Una sera, a New York, decidiamo di andare al Lenox Lounge, ad Harlem, uno dei jazz club storici della città, dove hanno suonato anche Frank Sinatra, Miles Davis e John Coltrane.
Prendiamo la metro e saltiamo per sbaglio la fermata. Scendiamo nel Bronx.

La stazione della metro sembra abbandonata, è deserta e buia. Manca giusto la musichina creepy. Saliamo le scale per tornare in superficie e sbuchiamo in un vicolo chiuso da un lato con un solo lampione funzionante.
Già qui. Voi immaginatevi quattro poveretti di vent’anni con la faccia pulita e smarrita nel bel mezzo di un vicolo buio nel Bronx.

Andiamo nell’unica direzione possibile e finalmente raggiungiamo una strada più grande, anche questa deserta. Tiriamo fuori la cartina e cerchiamo di orientarci ma non troviamo nessun cartello che ci dica in che via siamo finiti.
Da lontano vediamo avvicinarsi due energumeni, di quelli tre metri per due che camminano ondeggiando senza riuscire ad avvicinare le braccia al busto da quanto sono grossi. Siamo spacciati. Ci incamminiamo con fare disinvolto nella direzione opposta, ma i due sono più veloci di noi e ben presto ci sono alle calcagna. (Hai voluto il localino tanto lounge ad Harlem? E adesso pedali!)
Rallentiamo per farci superare, ma i due individui continuano a seguirci.
Dopo poco sento una mano sulla spalla. Panico! Sopprimo l’impulso di mettermi a piangere dandogli tutto quello che ho, e mi giro.
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Stoccolma: aria fresca e tè caldo

Il ricordo più bello di Stoccolma è un pomeriggio intero passato in un barettino piccolissimo, tutto arredato in legno, a fare delle chiacchiere davanti a tè e torte ai lamponi.

Ci sono stata a febbraio di qualche anno fa, l’unica settimana di sole in un inverno rigidissimo, a visitare un’amica in Erasmus. Prima di partire ero scettica, Stoccolma non era tra le mie mete ideali, me la immaginavo fredda, asettica, un po’ cupa e poco interessante. “Ma di tutti i posti belli e caldi dovevi proprio scegliere Stoccolma?”
Per di più la sua casina non era propriamente a Stoccolma, ma a Tullinge, un paesino dimenticato da Dio a mezzora di treno dalla capitale, nella foresta.

Ci armiamo di spirito di avventura e partiamo.

Sarà stato il sole tutti i giorni, il cibo, la compagnia, ma Stoccolma ha vinto tutti i miei pregiudizi e si è conquistata dei ricordi davvero felici.

La prima cosa bellissima della Svezia è che mangiano in maniera obesa! 🙂
Dolci e tortine in quantità.. sempre!
Si inizia la mattina con una colazione a base di caffè, latte, cereali, frutta, cracker, qualche affettato e formaggio.
Si pranza alle 11 circa con una fetta cicciona di torta e qualcos’altro di ipercalorico.
Alle 14 si fa la fika (giuro), la “merenda” svedese con caffè e kanelbullar (mmm…).
Si cena alle 18 con una fettazza di carne o pesce insaporita con salsine e verdure (o in alternativa pasta scotta condita col ketchup, true story). Un piatto tipico per la cena sono le kötbullar, polpette speziate servite con purè e una salsa marrone densa.
Alle 21 circa ci si ritrova tutti a casa di qualcuno per mangiare dolci davanti alla televisione, rigorosamente senza scarpe.

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L’odissea del tappo della Canon

Spesso si sentono frasi come “la mia macchina fotografica ha viaggiato per il mondo con me”, “la mia Canon ha visto tutti i continenti” e varie altre versioni combinate.

Ecco.
Per me la frase giusta è:

“Il tappo della mia Canon, non solo ha visto il mondo con me, ma ne ha visto anche un bel pezzo in più da solo!”

L’ho perso/lasciato in giro così tante volte che ormai si è fatto il passaporto.

C’è una premessa dovuta: le reflex della Canon hanno il tappo dell’obbiettivo che non è collegato alla macchina, quindi quando lo si stacca il tappino è lasciato al suo destino. Finisce in tasche, borse, zaini, autobus, muretti, spiagge e tanti altri posti in cui spesso e volentieri viene dimenticato (da me).

Qualche anno fa avevo una reflex della Fujifilm: le foto venivano molto peggio, ma il tappino rimaneva attaccato alla macchina con un utilissimo cordoncino nero. Cioè, ci ha pensato la Fuji: Canon, seriously?

Questo post è ispirato dal fatto che fino a pochi minuti fa il mio tappino era disperso. Ho ricevuto una mail da un’amica che se l’è ritrovata nella valigia, ora lo sta accudendo e presto tornerà a casa.
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