Due buoni compagni di viaggio…

“Due buoni compagni di viaggio
non dovrebbero lasciarsi mai,
potranno prendere imbarchi diversi,
saranno sempre due marinai…”

È un po’ che rifletto sul viaggiare in compagnia.
Mi è capitato di viaggiare da sola, ne ho apprezzato molti aspetti, ma rimango una persona da “condivisione”. Mi piace viaggiare in compagnia, in due, tre, quattro, anche dieci. A volte si sceglie la compagnia e di conseguenza si va in un posto che vada bene a tutti, a volte si sceglie la meta e si cercano compagni di viaggio.
E qui, i compagni di viaggio, come li scegli?

Dopo viaggi e viaggi e viaggi, alla fine ho capito cosa cerco, io, in un buon compagno di viaggio: non la simpatia, non l’ironia, non il carisma. Il ritmo.

(piccola parentesi ludica: ogni volta che sento la parola “ritmo” mi viene in mente questa scena delle Follie dell’imperatore)

Dicevo, il ritmo. Il modo di viaggiare. Avere le stesse pause, la stessa necessità di spazi, lo stesso bisogno di silenzio, ogni tanto. Ma anche la stessa resistenza al camminare, al sonno. La stessa velocità di comprensione, la stessa capacità di adattamento, lo stesso equilibrio tra il parlare e l’ascoltare.
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Stoccolma: aria fresca e tè caldo

Il ricordo più bello di Stoccolma è un pomeriggio intero passato in un barettino piccolissimo, tutto arredato in legno, a fare delle chiacchiere davanti a tè e torte ai lamponi.

Ci sono stata a febbraio di qualche anno fa, l’unica settimana di sole in un inverno rigidissimo, a visitare un’amica in Erasmus. Prima di partire ero scettica, Stoccolma non era tra le mie mete ideali, me la immaginavo fredda, asettica, un po’ cupa e poco interessante. “Ma di tutti i posti belli e caldi dovevi proprio scegliere Stoccolma?”
Per di più la sua casina non era propriamente a Stoccolma, ma a Tullinge, un paesino dimenticato da Dio a mezzora di treno dalla capitale, nella foresta.

Ci armiamo di spirito di avventura e partiamo.

Sarà stato il sole tutti i giorni, il cibo, la compagnia, ma Stoccolma ha vinto tutti i miei pregiudizi e si è conquistata dei ricordi davvero felici.

La prima cosa bellissima della Svezia è che mangiano in maniera obesa! 🙂
Dolci e tortine in quantità.. sempre!
Si inizia la mattina con una colazione a base di caffè, latte, cereali, frutta, cracker, qualche affettato e formaggio.
Si pranza alle 11 circa con una fetta cicciona di torta e qualcos’altro di ipercalorico.
Alle 14 si fa la fika (giuro), la “merenda” svedese con caffè e kanelbullar (mmm…).
Si cena alle 18 con una fettazza di carne o pesce insaporita con salsine e verdure (o in alternativa pasta scotta condita col ketchup, true story). Un piatto tipico per la cena sono le kötbullar, polpette speziate servite con purè e una salsa marrone densa.
Alle 21 circa ci si ritrova tutti a casa di qualcuno per mangiare dolci davanti alla televisione, rigorosamente senza scarpe.

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L’odissea del tappo della Canon

Spesso si sentono frasi come “la mia macchina fotografica ha viaggiato per il mondo con me”, “la mia Canon ha visto tutti i continenti” e varie altre versioni combinate.

Ecco.
Per me la frase giusta è:

“Il tappo della mia Canon, non solo ha visto il mondo con me, ma ne ha visto anche un bel pezzo in più da solo!”

L’ho perso/lasciato in giro così tante volte che ormai si è fatto il passaporto.

C’è una premessa dovuta: le reflex della Canon hanno il tappo dell’obbiettivo che non è collegato alla macchina, quindi quando lo si stacca il tappino è lasciato al suo destino. Finisce in tasche, borse, zaini, autobus, muretti, spiagge e tanti altri posti in cui spesso e volentieri viene dimenticato (da me).

Qualche anno fa avevo una reflex della Fujifilm: le foto venivano molto peggio, ma il tappino rimaneva attaccato alla macchina con un utilissimo cordoncino nero. Cioè, ci ha pensato la Fuji: Canon, seriously?

Questo post è ispirato dal fatto che fino a pochi minuti fa il mio tappino era disperso. Ho ricevuto una mail da un’amica che se l’è ritrovata nella valigia, ora lo sta accudendo e presto tornerà a casa.
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iPhoneography: quello che Cartier-Bresson faceva con il rullino.

Questo post è ispirato da Giorgio Fochesato e dalle foto su Instagram di Chiara di Machedavvero?

***

Io ho una Canon e appena ne ho l’occasione la porto con me: fotografo visi, oggetti, luci, attimi, panorami, particolari

Ho anche un iPhone e ogni giorno scatto almeno una decina di foto: fotografo visi, oggetti, luci, attimi, panorami, particolari, fotografo gli orari dell’autobus per ricordarmeli, una frase di un libro per non dimenticarla, la carta d’identità perché non ho la fotocopiatrice.

L’iPhone permette di avere sempre una macchina fotografica con sé. La vera rivoluzione sta qui: poiché la sostanza è più importante della forma, l’iPhone vince perché, pur a scapito della qualità, dà la possibilità di cogliere attimi che altrimenti si perderebbero per sempre (vedi post sulle foto Carpe diem). Il grande sogno di ogni fotografo è quello di essere nel posto giusto, al momento giusto, con una macchina fotografica in mano. L’iPhone aumenta esponenzialmente le possibilità che ciò accada.

Non ti perdi la signora che in treno si addormenta in una posizione assurda.

Non ti perdi la luce pazzesca che incontri mentre torni a piedi dal lavoro.

Non ti perdi gli spaghetti in lattina del supermarket in UK.

Instagram ha poi aggiunto un tassello in più: la foto è diventata un messaggio, un pezzo di identità. La possibilità di aggiungere un centinaio di caratteri e di condividerla sui social apre porte impensabili pochi anni fa.
Cambiano i soggetti e cambiano gli intenti della fotografia.
Si fotografa per condividere. Per farsi conoscere, per farsi scoprire. Per comunicare con gli altri (vedi le foto bellissime di Chiara, su Instagram la seguono tutte le sue lettrici, diventa un vero e proprio canale di comunicazione).
E poi si tagga, si hashtagga e si geolocalizza.
Le foto non sono più il punto di arrivo, ma un punto intermedio, un mezzo per un diverso fine. Si passa dalla foto per raggiungere un link, un luogo, una persona.

(Mi viene in mente il libro “I Barbari” di Baricco, e tutto il discorso che fa sul surfare sulle cose piuttosto che immergersi, vi consiglio di leggerlo.)

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La “pezza da treno” VS il sole di primavera

Fare il pendolare è senza dubbio una rottura di palle.
Stanca, anzi, sfianca.
Per non parlare dei treni: sporchi, in ritardo, sovraffollati, disorganizzati.

Ogni giorno della settimana passo circa due ore in treno, fra andata e ritorno, per andare a lavorare.
La mattina esco di casa al volo con un biscotto tra i denti e la musica nelle orecchie.

L’inverno è la stagione peggiore per i pendolari: l’aria è gelida ed è buio. Uno già si sveglia incazzato, l’idea di dover andare in stazione a prendere del freddo non è un pensiero felice.
Poi io sono anche un po’ misantropa e la stazione di mattina è una zona pericolosissima: vecchi compagni delle elementari e cugini degli amici in agguato per attaccarti la celeberrima “pezza da treno”. So che sapete di cosa sto parlando. Incontrare una persona conosciuta (non un amico, chiaro) mentre si sta salendo in treno è il male assoluto. La situazione ti costringe a far conversazione e il buon costume ti suggerisce di sederti vicino al maledetto. Dopo i primi due minuti di chiacchiere gli argomenti sono finiti e i casi sono due: o si tira fuori libro/auricolari/computer dichiarando che è il momento in cui ognuno si fa i cazzi suoi (ma, pur essendo una grande tentazione ogni volta, è molto scortese, lo sconsiglio), oppure si continua a trascinare la conversazione, arrancando ogni due minuti per mancanza di argomenti, guardando il panorama alla disperata ricerca di ispirazione, fiondandosi fuori dal vagone appena arrivati a destinazione. Io salgo sempre sperando che non ci siano posti vicini, ma neanche due nello stesso scompartimento possibilmente.

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In f**king Bruges

Bruges mi è rimasta nel cuore.

Ci sono stata circa un anno fa, durante una settimana romantica a zonzo per le Fiandre. Ero curiosissima di andarci dopo aver visto “In Bruges”, film sballato con un gran Colin Farrell.

Maybe that’s what hell is, the entire rest of eternity spent in fucking Bruges.

Dopo che ha detto questa frase avevo le lacrime.
Bene, Bruges in realtà è un paesino pazzesco (che poi paesino proprio niente, ha 116mila abitanti!). Tutto sembra fatto nel modo giusto a Bruges: le persone con le guanciotte rosse sorridenti, i biscotti alla cannella, le biciclette, i mulini a vento, l’erba verdissima.

Di solito quando viaggio con gli amici vado in ostelli e b&b cheap (con mia zia sprezzante che mi ripete sempre “se in viaggio devo stare più scomoda che a casa, allora sto nel mio soggiorno gratis!“). Per la notte a Bruges, dato che era un viaggio in coppia, per la gioia della zia abbiamo scelto un hotel diverso dai soliti: l’Hotel Adornes. E ha fatto la differenza.

Già all’arrivo si presenta benissimo: due casine color pastello affacciate sui canali di Bruges, sembra un dipinto. All’entrata il proprietario, un signore paffutello con le guance rosse, ci accoglie con entusiasmo e calore. Ci fa sedere in un salottino e ci racconta un sacco di cose su Bruges, ci regala una piccola guida scritta da lui a computer, ci consiglia i posti migliori per tutto ciò che gli chiediamo. Saliamo in camera ed è tutto di legno, un posto veramente intimo e confortevole. La vista dal secondo piano è bellissima, le casine sul canale sembrano di marzapane. Anche la luce sembra dipinta.
Un posto super consigliato per chi va a Bruges anche una notte sola.

Un paio di giorni bastano per visitarla, ma mi raccomando rimanete la sera.
La sera Bruges è ancora più bella, se possibile. Le luci calde che vengono dalle case si riflettono nei canali e creano degli scorci da rimanere incantati.

E noleggiate delle bici se avete modo, attorno a paese ci sono alcuni vecchi mulini a vento colorati che meritano davvero tanto.

Di salire sul Belfort non ve lo dico neanche, tanto è scontato. Da lassù c’è una vista pazzesca. Una delle scene clou del film è girata in questa torre, mentre salivo le scale mi scappava da ridere..

Se poi siete golosi come me non potete perdervi due posti amazing.

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Le donne viaggiano attraverso i particolari

“Negli occhi hanno gli aeroplani per volare ad alta quota…”

Ho ceduto al quote, scusate. E ho ceduto anche allo scrivere un post sulla festa della donna. Ho concluso in fretta ascesa e declino del blog, perfetto.

La mimosa puzza come il diavolo. Si sbriciola dopo due giorni infestando tutta la casa, si annida negli spazietti più reconditi dei tappeti e nelle fughe delle piastrelle, e continua a puzzare per l’eternità.
Uomini, regalateci girasoli! Sono fiori positivi, seguono il sole, sono forti, sono grandi, e soprattutto sono belli, come noi!

Chi mi conosce sa che non mi piace l’atteggiamento femminista per un semplice motivo: non ne abbiamo bisogno. Le categorie da proteggere sono altre: le foche, i calzolai, quelli che usano la bicicletta. Le femministe non aiutano le donne, le aiutano a sentirsi inferiori, da proteggere.
Apprezzo molto i maschilisti, invece: quando li sento parlare mi rendo conto di quanto siamo superiori.

Ma non sono qui per parlare di massimi sistemi, mi piacerebbe parlare invece del diverso modo di viaggiare per uomini e donne.
Non che agli uomini non piaccia viaggiare, semplicemente viaggiano diversamente da noi.
Le donne viaggiano attraverso i particolari.
Lo noto spesso al ritorno, quando confronto i racconti di viaggio delle donne con quelli degli uomini.

Gli uomini parlano di musei, di spiagge, di piazze, di locali, di persone.
Le donne ti raccontano della porticina verde a Portobello, della colazione tra candele e cannella a Istanbul, della signora simpatica conosciuta al mercatino di Berlino, della cioccolata in tazza con quella panna speciale a Merano, dei quadri bellissimi nel barettino cosy di Stoccolma. Le donne si ricordano i sorrisi delle persone, l’aria che si respira nelle città, la luce che fotografano mentre passeggiano, i libri che leggono i vicini sulla metro.
Le donne vedono cose che gli uomini guardano solo.

Gli uomini potranno anche fare la pipì in piedi, ma noi da sedute fotografiamo le piastrelle del bagno.

Le piastrelle del bagno del Portobello Gold

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Carpe diem.

Oggi seduto di fianco a me sul treno c’era un tizio che si mangiava un tramezzino veramente invitante.
Questo tizio ad un certo punto ha tirato fuori un iPhone e ha cominciato a giocare a FarmVille. Ho anche fatto un po’ una figura di merda perché mi è scappato da ridere pensando alla parodia della pubblicità di Trenitalia di Natalino Balasso.
Dopo aver perso tutta la mia stima, ne ha riguadagnata gran parte quando ha bloccato lo schermo: come sfondo aveva una foto bellissima. Era una foto di Markus Reugels, veramente un grande fotografo. La foto faceva parte di questa serie, io come sfondo del Mac ho questa:

(C) Markus Reugels

Il buon Markus riesce ad immortalare il millisecondo in cui la goccia riflette perfettamente il mondo. Potete immaginare quante foto avrà fatto prima di raggiungere questo livello di perfezione?
Bene, questo per dire che dà lì mi è partito un viaggio galattico sul valore degli attimi nella fotografia. Ci sono certe foto che colgono precisamente l’attimo, che vengono scattate nell’attimo giusto, come se l’universo in quel momento si fosse allineato davanti al tuo obbiettivo. Ti danno un po’ la sensazione che dà il déjà-vu, di essere nel posto giusto al momento giusto, nel mondo. Sono le foto carpe diemContinue reading

Via che si va, col primo post.

Strappiamo sto cerotto, che è tre giorni che ho aperto il blog e guardo la pagina come se dovesse scriversi da sola.

Il primo post va di diritto a Londra.
Lo so, ne scrivono tutti. Mi rifarò.

Ci sono stata almeno dieci volte, cioè dovrei mettermi a contarle ma mi scoccia. La prima addirittura alle medie con una vacanza-studio, accompagnata da un fighissimo teacher del Kent. L’avevo rimosso, il blog dà già i primi frutti, eccellente.

Londra, dicevo, è bellissima perché è fatta di particolari, e di particolari ce n’è per tutti.

via che si va1

Vedi la gente, sulla metro e per strada, vestita “con la fionda” come direbbe mia nonna. I londinesi sembra che la mattina si tuffino dentro l’armadio ricoperti di colla vinilica e poi se ne vadano allegramente al lavoro vestiti come dei disadattati. E la cosa splendida è che nessuno se li caga. Nessuno. (Cioè, nessuno a parte gli ignorantissimi italiani in gita che urlano da una parte all’altra della metro “Aò anvedi comme sta apparecchiata demmerda questa!”)
Una volta sono uscita con i pantaloni del pigiama, ridacchiavo tra me e me pensando che in Italia avrebbero già chiamato la neuro e i servizi sociali.
Devo ammettere che un paio di volte alle superiori sono andata a scuola con la maglia del pigiama sotto la felpa, ma erano altri tempi… l’ingenuità, l’adolescenza, le cavallette…

Tanto per dire, la gente, a Londra, mette i gatti in vetrina:

(Gatti vivi. E anche un po’ incazzati.)

La gente a Londra è di tutti i colori e ha delle facce pazzesche.
Una volta vorrei andare a Londra solo con la Oyster e piazzarmi sulla metro a fotografare le persone.
Prima o poi comunque mi prendo un manone sicuro, a New York ci sono andata soooo close… ma questa è un’altra storia.

L’ultima volta che sono andata a Londra ero sulla metro la notte di Halloween ed è salita una ragazza vestita da hawaiana (non so cosa in che modo avesse a che fare con Halloween, probabilmente che il vestito era così brutto da far paura *ba dum tss*).
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