Marrakech, il quartiere artigiano

Oggi vi vorrei portare nel quartiere artigiano di Marrakech, dove si mischiano odori e colori creando un luogo incredibilmente lontano da tutto quello che abbiamo visto fino ad ora.

Dietro al souk di Marrakech, nascosto nella Medina, si trova il quartiere artigiano di Marrakech. Un turista difficilmente lo trova da solo, e, se lo trova, perde la giornata cercando la strada per uscirne.
È un labirinto di vicoli tortuosi, stretti, che si intersecano l’un l’altro senza un senso logico, un incubo rispetto alle nostre città ordinate con cardi e decumani.
Un paradosso rispetto a New York con streets e avenues numerate.
Ci sono tantissime persone che lavorano qui, anziani e ragazzi giovani perlopiù, tutti uomini ovviamente. Non parlano tanto, sono tutti concentrati sul lavoro. I passaggi sono stretti e bui, ogni tanto la strada si allarga e si vede il sole. Molte persone ci sfrecciano accanto su biciclette o motorini, mentre noi, goffissimi, fatichiamo a passare con uno zaino.

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In Marocco si impara la generosità

Il ragazzo seduto di fianco a me in aereo è di Marrakech, ma vive in Italia da otto anni, in un paese a qualche chilometro da casa mia. Fa il metalmeccanico, ora è in cassa integrazione. Questa è la terza volta che torna a casa da quando è venuto a vivere in Italia, da otto anni, il volo per il Marocco costa molto e i soldi preferisce mandarli alla famiglia. Facendo un veloce calcolo io negli ultimi otto anni sono stata a Londra sette volte. Ho dormito più volte io al Russel House Hotel che lui nel letto di casa sua.

Vorrei lasciare la magia di Marrakech e il silenzio del deserto per i prossimi post e inaugurare i racconti sul Marocco parlando della cosa che più mi ha stupito e colpito di questo viaggio: la generosità dei marocchini.

Il nostro autista è un uomo sulla quarantina, in gamba, sicuramente non ricco, ma molto dignitoso, si chiama Skouri. Per pranzo si porta il pranzo al sacco, un panino integrale con formaggio e pomodori, avvolto nella carta stagnola. Lo tiene nel portaoggetti sotto al bracciolo tra i due sedili anteriori della nostra jeep 4×4. La seconda mattina del nostro viaggio stiamo attraversando un villaggio berbero tra i monti dell’Atlante: poche case, tutte fatte di fango e paglia, mezze sciolte dalle intemperie. Ci fermiamo per fare due passi e incrociamo due ragazzi, uno è senza gambe e l’altro spinge la sua carrozzina. Ci salutano sorridenti e noi rispondiamo al saluto con la mano. Skouri si stacca dal gruppo, in francese ci dice di proseguire, che ha lasciato una cosa in macchina. Noi continuiamo la nostra passeggiata affascinati dalla diversità dei paesaggi, delle persone, dai continui sorrisi aperti e luminosi. Mi giro verso la macchina per non perdere di vista Skouri e rimango fulminata dalla scena: entra in macchina, prende il suo panino e lo mette nella tasca del giubbotto del ragazzo in carrozzina. Il ragazzo lo ringrazia e si sporge per abbracciarlo, Skouri si abbassa e risponde all’abbraccio. Rimangono così per un po’, poi si salutano e lui si avvia verso di noi. Io mi rigiro in fretta, sentendomi un po’ in colpa per aver visto questo momento così personale, per avergli rubato l’intimità di un gesto che lui aveva appositamente fatto in maniera riservata. Ci raggiunge sorridendo, non dice niente, io gli sorrido e continuiamo a camminare. Dopo un po’ torniamo indietro e risaliamo in macchina. Proseguiamo qualche chilometro e poi ci fermiamo in un barettino per pranzo, lui ordina solo un caffè, “Ho fatto una colazione abbondante – ci dice – oggi niente panino”.
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Ricordo con affetto le moschee di Istanbul

In Italia la parola ‘moschea‘ non viene associata ad un pensiero felice.
Ci hanno abituato a vederla come una fucina di terroristi, integralisti, pocodibuono in generale. Si sa che gli italiani hanno il pregiudizio facile. Anche se non vuoi una puntina di quel pensiero ti raggiunge e si annida dentro di te, e lì rimane. Tu ci puoi provare a restarne fuori, ma finché non tocchi con mano, e quindi il pregiudizio diventa giudizio, quella vocina rimane.

Prima di andare a Istanbul mi immaginavo le moschee come luoghi rigidi, seriosi.

Poi le ho viste coi miei occhi.

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Un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro quando si parte

Il titolo è una citazione da Oceano Mare di Baricco.

Io amo incredibilmente viaggiare, e probabilmente anche voi se siete arrivati fino a qui. Prima del viaggio c’è l’emozione, la curiosità, e anche le farfalle nello stomaco, come quando alle medie si incontrava la propria cotta durante l’intervallo. Poi si parte e tutto è splendido e sconosciuto, gli occhi si riempiono di immagini e luci nuove, si passa continuamente dalla gioia allo stupore, come su un rollercoaster.
E alla fine, dopo mille sorrisi e fotografie, il viaggio finisce. Che sia all’aeroporto, in stazione, mentre si rifa la valigia, mentre si prende la metro, c’è un momento, che ogni viaggiatore conosce, in cui si è felici di tornare a casa. A volte passa subito, altre volte ci accompagna fino alla porta di casa.

Ogni viaggiatore lo conosce, lo aspetta, se lo gode.

Non importa se il viaggio è stato il più bello della nostra vita, tornare a casa è sempre un piacere grande, quasi quanto quello di partire. Ritrovare le proprie cose, respirare il profumo di casa, dormire di nuovo nel proprio letto. Riabbracciare le persone che avevamo lasciato ad aspettarci.
Anche per questo viaggiamo.

Ma un pretesto bisogna sempre seminarselo dietro anche quando si riparte.
Un ristorantino ancora da provare, un quartiere ancora da esplorare, un mercatino ancora da scoprire.

Lasciando qualcosa di inesplorato, ci stiamo promettendo di ritornare.

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Di come ho rischiato di essere ammazzata nel Bronx

[Disclaimer: il titolo è esagerato, dai. Però mi faceva ridere. La situazione è stata abbastanza assurda, ma non veramente pericolosa.]

Vi raccontavo qui del mio essere una stalk un’attenta osservatrice.

Essendo ogni giorno sul treno ho sempre nuovi spunti, ma è in viaggio che do il meglio. La metro credo sia stata progettata per me, con quei sedili uno rivolto verso l’altro. Un invito a nozze.

Come molti mi hanno fatto notare, fotografare gli sconosciuti non è solo sfacciato, ma è anche pericoloso. Fidatevi, lo so. Ora vi racconto.

Una sera, a New York, decidiamo di andare al Lenox Lounge, ad Harlem, uno dei jazz club storici della città, dove hanno suonato anche Frank Sinatra, Miles Davis e John Coltrane.
Prendiamo la metro e saltiamo per sbaglio la fermata. Scendiamo nel Bronx.

La stazione della metro sembra abbandonata, è deserta e buia. Manca giusto la musichina creepy. Saliamo le scale per tornare in superficie e sbuchiamo in un vicolo chiuso da un lato con un solo lampione funzionante.
Già qui. Voi immaginatevi quattro poveretti di vent’anni con la faccia pulita e smarrita nel bel mezzo di un vicolo buio nel Bronx.

Andiamo nell’unica direzione possibile e finalmente raggiungiamo una strada più grande, anche questa deserta. Tiriamo fuori la cartina e cerchiamo di orientarci ma non troviamo nessun cartello che ci dica in che via siamo finiti.
Da lontano vediamo avvicinarsi due energumeni, di quelli tre metri per due che camminano ondeggiando senza riuscire ad avvicinare le braccia al busto da quanto sono grossi. Siamo spacciati. Ci incamminiamo con fare disinvolto nella direzione opposta, ma i due sono più veloci di noi e ben presto ci sono alle calcagna. (Hai voluto il localino tanto lounge ad Harlem? E adesso pedali!)
Rallentiamo per farci superare, ma i due individui continuano a seguirci.
Dopo poco sento una mano sulla spalla. Panico! Sopprimo l’impulso di mettermi a piangere dandogli tutto quello che ho, e mi giro.
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L’Umbria che non ti aspetti – seconda parte

Vi avevo lasciati qui.
Mi ero appena pappata una torta al testo con ciauscolo salutando un omino che faceva jogging.

Lasciamo Bevagna appesantiti dalla scorpacciata e ci dirigiamo verso Montefalco.
Entrando in paese, scena tenerissima: due bimbi per gioco corrono lanciandosi a tutta velocità in discesa per la via principale di Montefalco. Arrivano in fondo, per mezzo centimetro non si stampano sul mio ginocchio, e poi cominciano a ridere come dei matti. “Lo rifacciamo??” corrono su e giù veloci come il vento mentre io arranco per raggiungere la piazza dell’ennesimo paesino in salita, con il ciauscolo che è tornato in vita e mi sta tirando indietro per i piedi.
Ecco, un appunto: l’Umbria è in salita, tutta. Prima di andarci fate un po’ di allenamento o almeno una visita al cuore. E se l’Umbria è in salita, Montefalco è proprio in verticale.

Arrivati in cima però lo spettacolo è splendido (tipica frase dello scalatore): la piazza è il punto più alto del paese, in ogni direzione si vedono i campi, i paesini attorno e le montagne, la vista è a 360°. Si possono seguire con lo sguardo tutte le vie che partono dalla piazza e si snodano lungo il paese fino ad arrivare giù a valle, perdendosi tra i campi. Davvero bello, un momento di quelli in armonia col mondo.
Tra l’altro mi ha ricordato molto Pachino, in Sicilia, dove dalla piazza, punto più alto del paese, si vede il mare.
Il momento di idillio cosmico viene interrotto da un tuono minaccioso della serie “ti consiglio di spostarti dal punto più alto di Montefalco perché se no ti bagni come un pulcino”. Riesco a fare due foto al volo e poi ci lanciamo a pesce sull’ultimo tavolino rimasto al coperto nel bar della piazza (Bar Federico II, carino, ma ci hanno trattato un po’ con sufficienza, peccato).


Appena il temporale si placa un po’ riusciamo a raggiungere la macchina e ripartiamo in direzione Spoleto.
L’albergo è in supercentro, portiamo le valigie in camera e per un po’ guardiamo la pioggia fortissima dalla finestra, al caldo, mangiandoci l’uovo di Pasqua della Kinder che ci siamo regalati. Appena smette ci copriamo bene e usciamo in una Spoleto luccicante e illuminata dal tramonto. Passeggiamo nel reticolo di strade del centro, siamo solo noi, respiriamo l’aria pulita dalla pioggia, ci riempiamo i polmoni di Umbria.

Chiediamo consiglio ad un paio di spoletini su dove cenare, “Il Tempio del Gusto” va per la maggiore (ed è anche primo su Tripadvisor, scopriamo). Per i nostri standard questo è un posto molto “in”: musica lounge, lume di candela, i camerieri ti versano il vino e ti portano i piatti coperti dal coprivivande, tutti parlano sottovoce. Noi proviamo a mimetizzarci, ma dopo un po’ che parliamo fitto fitto a me scappa da ridere fortissimo e tutti si girano, camerieri compresi. D’altra parte, come diceva il buon Tyler Durden, “Sticking feathers up your butt does not make you a chicken“. Comunque abbiamo mangiato benissimo, e non abbiamo speso tanto (40€ in due), è un posto che vi straconsiglio (magari per una serata in cui vi sentite particolarmente posh).

Stanchi morti facciamo l’ultimo giro di Spoleto by night e poi andiamo a nanna.


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L’Umbria che non ti aspetti – prima parte

Io di base sono una fan della Toscana.
Le colline, l’accento, le piazzette, i vicoli, il cibo… Ecco, quando ho qualche giorno libero vado a perdermi in Toscana, di solito.

Poi un bel giorno ho incontrato Umbria on the blog. Dopo aver letto tantissimo e dopo essermi persa saltellando da un post all’altro, mi sono decisa ad andarla a vedere di persona quest’Umbria. C’è da dire che io sono facilmente influenzabile: quando in televisione davano la pubblicità della Rocchetta con Max Tortora a me veniva da piangere perché sapevo già che mi sarei dovuta alzare dal divano per bere (e lui mi sta anche sulle palle).

Già durante la preparazione di questi tre giorni mi sono stupita: non pensavo ci fossero così tante cose da vedere in Umbria! I paesini sono la mia passione, ma la scelta in Umbria è veramente enorme..
Passiamo al sodo. Il nostro itinerario è stato:
1° giorno: Gubbio e Perugia
2° giorno: Spello, Bevagna, Montefalco e Spoleto
3° giorno: ancora Spoleto (perché ci era piaciuta tantissimo), cascata delle Marmore e Narni

Io già a Gubbio avevo perso la testa.

Le stradine ciottolate, le case coi mattoni a vista, le porticine di legno. Senza sole era freschino, ma c’era una luce perfetta per le foto.

A Gubbio abbiamo gironzolato per qualche ora, ci siamo persi, abbiamo mangiato una crescia prosciutto e formaggio, poi un’altra crescia prosciutto e formaggio, e poi abbiamo preso una grandinata coi fiocchi e ci siamo rifugiati sotto una nicchia di un palazzo.
Molto romantico e bagnato.

Perugia credevo fosse una città troppo grande per i miei gusti. Capoluogo, addirittura.
Andiamo lo stesso perché “è di strada, vuoi non fermarti?”. Abbiamo fatto una passeggiata lunghissima e ci siamo fermarti a guardare il tramonto, sembrava che il sole si stesse addormentando sulla città. Oh io non sono romantica, ma posso garantire che è stato uno spettacolo da riempire il cuore, si poteva respirare, quel tramonto.
Una chicca di Perugia è la cura con cui una negoziante intraprendente, ma anche innamorata della sua città, “arreda” ogni giorno la “Via Ritorta“. Le persone si fermano, fotografano e poi entrano, un po’ intimoriti, un po’ incuriositi. È una bella mossa di marketing, ma è anche un segno di affetto e cura per la propria città. Molto bella e tenera.


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Stalking mode: on!

Non so se è più l’istinto della fotografa o quello della stalker: ci sono certi visi, certe espressioni, certe smorfie che io mi incanto ad osservare. Seguo con lo sguardo la linea del profilo, le rughe sulla fronte, la forma delle mani. Osservo il riflesso degli occhi, la piega della bocca, la scelta della pettinatura. Seguo i gesti, i movimenti. Non con malizia o morbosità, direi piuttosto una sorta di interesse scientifico, una curiosità innata nei confronti della specie umana.
No, bello, detta così sembro un incrocio tra Piero Angela e uno spettatore del Grande Fratello, shakerati con un po’ di schizofrenia.

Prima o poi mi arresteranno, ne sono convinta.
Ma non capita anche a voi di fantasticare colpiti da un particolare, un oggetto, un libro? Pensare “chissà dove sta andando?“, “chissà a chi sta scrivendo?”, “chissà qual è la sua storia…”
In particolare quando sono in macchina o in treno all’estero, e mi capita di attraversare interi quartieri di palazzi e di case, mi ritrovo sempre a pensare all’immensità di vite e storie che sono racchiuse dietro quelle piccole finestrine. Ogni finestrina, ogni appartamento, ha dietro una vita, una felicità, una sofferenza, un amore, un segreto, un sogno. Ci pensate?
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Due buoni compagni di viaggio…

“Due buoni compagni di viaggio
non dovrebbero lasciarsi mai,
potranno prendere imbarchi diversi,
saranno sempre due marinai…”

È un po’ che rifletto sul viaggiare in compagnia.
Mi è capitato di viaggiare da sola, ne ho apprezzato molti aspetti, ma rimango una persona da “condivisione”. Mi piace viaggiare in compagnia, in due, tre, quattro, anche dieci. A volte si sceglie la compagnia e di conseguenza si va in un posto che vada bene a tutti, a volte si sceglie la meta e si cercano compagni di viaggio.
E qui, i compagni di viaggio, come li scegli?

Dopo viaggi e viaggi e viaggi, alla fine ho capito cosa cerco, io, in un buon compagno di viaggio: non la simpatia, non l’ironia, non il carisma. Il ritmo.

(piccola parentesi ludica: ogni volta che sento la parola “ritmo” mi viene in mente questa scena delle Follie dell’imperatore)

Dicevo, il ritmo. Il modo di viaggiare. Avere le stesse pause, la stessa necessità di spazi, lo stesso bisogno di silenzio, ogni tanto. Ma anche la stessa resistenza al camminare, al sonno. La stessa velocità di comprensione, la stessa capacità di adattamento, lo stesso equilibrio tra il parlare e l’ascoltare.
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Stoccolma: aria fresca e tè caldo

Il ricordo più bello di Stoccolma è un pomeriggio intero passato in un barettino piccolissimo, tutto arredato in legno, a fare delle chiacchiere davanti a tè e torte ai lamponi.

Ci sono stata a febbraio di qualche anno fa, l’unica settimana di sole in un inverno rigidissimo, a visitare un’amica in Erasmus. Prima di partire ero scettica, Stoccolma non era tra le mie mete ideali, me la immaginavo fredda, asettica, un po’ cupa e poco interessante. “Ma di tutti i posti belli e caldi dovevi proprio scegliere Stoccolma?”
Per di più la sua casina non era propriamente a Stoccolma, ma a Tullinge, un paesino dimenticato da Dio a mezzora di treno dalla capitale, nella foresta.

Ci armiamo di spirito di avventura e partiamo.

Sarà stato il sole tutti i giorni, il cibo, la compagnia, ma Stoccolma ha vinto tutti i miei pregiudizi e si è conquistata dei ricordi davvero felici.

La prima cosa bellissima della Svezia è che mangiano in maniera obesa! 🙂
Dolci e tortine in quantità.. sempre!
Si inizia la mattina con una colazione a base di caffè, latte, cereali, frutta, cracker, qualche affettato e formaggio.
Si pranza alle 11 circa con una fetta cicciona di torta e qualcos’altro di ipercalorico.
Alle 14 si fa la fika (giuro), la “merenda” svedese con caffè e kanelbullar (mmm…).
Si cena alle 18 con una fettazza di carne o pesce insaporita con salsine e verdure (o in alternativa pasta scotta condita col ketchup, true story). Un piatto tipico per la cena sono le kötbullar, polpette speziate servite con purè e una salsa marrone densa.
Alle 21 circa ci si ritrova tutti a casa di qualcuno per mangiare dolci davanti alla televisione, rigorosamente senza scarpe.

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