Dispacci da San Francisco #3: robottoni giganti, la mia goffaggine e la tecnologia che salva

Si può andare a un evento super figo e rimanere seri e eleganti? No, se siete me.
Si può amare Whatsapp come se fosse una persona vera? , se siete a 10mila chilometri da casa.
Ci si può esaltare per i robot come un bambino al luna park? , se siete in Silicon Valley.

In questo post vi racconto in particolare le mie avventure – perché si possono chiamare solo così – a uno degli eventi più importanti dell’anno in Silicon Valley su innovazione e tecnologia: il Pioneer Summit.

Robottoni giganti americani che combattono contro robottoni giganti giapponesi, burrito, il gioco delle talpe che spuntano dai buchi, frasi motivazionali che neanche Rambo, io che vi do l’ennesima prova che Fantozzi me lo mangio a colazione.
E poi il mio grande amore per la tecnologia che vince sulla nostalgia.

Life would be tragic if it weren't funny

Come al luna park, ma per grandi

Avete presente quegli eventi super fighi sulla tecnologia e l’innovazione che si vedono nei film o in tv?
Dove ci sono schermi grandi come le pareti di casa mia, personaggi super famosi, e il biglietto per entrare costa mille mila paperdollari?

Bene, in questi giorni, per mia estrema felicità, ho partecipato per lavoro al Pioneer Summit di Redwood City (nel cuore della Silicon Valley), un evento oltre le mie aspettative.

C’erano robottino bianco spaziale ad accogliere i partecipanti all’entrata.

C’era Guy Kawasaki (se non lo conoscete andate a vedere chi è perché è davvero d’ispirazione) che ha tenuto un talk ipnotico e poi si è anche preso la briga di rispondere ai miei tweet.

C’era un mega robottone di 4 metri nel parcheggio che ha raccolto oltre 500mila dollari su Kickstarter per combattere contro un altro robottone giapponese (giuro! Andate a vedere il video su YouTube è talmente folle che merita).

C’erano un sacco di personaggioni come i fondatori di Evernote, di Thumbtack, di Robinhood. Gente che io di solito vedo sui giornali.

Sono stati tre giorni esaltanti dove si è parlato di tutto quello che è il futuro dell’economia e del pianeta: dalla robotica alla fusione nucleare, dai prossimi lanci di satelliti nello spazio a come proteggersi dallo spionaggio industriale online.

Tre giorni densi.
Mi sembrava di essere al luna park a giocare a quel gioco dove viene fuori la talpa da mille buchi e te la devi colpire.
Venivano fuori mille talpe contemporaneamente e io non riuscivo a star dietro a tutto.
Così tante informazioni da imparare, persone con cui parlare, pensieri da tenere lì per il futuro.
Così tante idee e stimoli.
E io con il mio mini martellino lì a colpire tutte ste giga talpe.
Nella sala grande c’è il talk dell founder di Evernote – corri di sopra!
Nel parcheggio c’è la dimostrazione del MegaBot di quattro metri – scapicollati di sotto!
Nella sala verde Guy Kawasaki risponde alle domande – dai che sei in ritardo!
Nel tendone fuori servono i burrito per pranzo – PRIORITÀ ASSOLUTA, MOLLA TUTTO!
E i biscottini con le gocce al cioccolato – PRENDI UN PIATTO IN PIÙ, NON HAI ABBASTANZA MANI!

Sono diventata matta, ma sono così felice di essere qui.

The best way to predict the future is to create it - pioneer summit Robottino Guy Kawasaki - The art of te start - pioneer summit MegaBots - Giant robots duel - pioneer summit I have not failed, I have just found 10000 ways that won't work - pioneer summit Burrito di spinaci al tonno

“For pioneers, impossible just means not done yet. Dare to be great.”

Piccola perla dell’evento: il badge per entrare.
Che è un dettaglio mini, ma dà l’idea della carica che c’è in questo posto.
Davanti era normale – nome, cognome, azienda, logo dell’evento.

Dietro diceva così (esaltatevi con me):

You will never be ready.

You will always be too small, too scared, too unqualified.
They tell you that you belong
inside the box,
behind the line,
in front of a desk,
among the herd.

And if you reject that, they’ll call you a lunatic.
Insubordinate.
Unmanageable.

We’ll call you one of us.

We embrace your obsessive passion,
your unconventional approach,
and your insane belief that you can actually change things.

For pioneers, impossible just means not done yet.

DARE TO BE GREAT.

Dare to be great - GSVlabs - Pioneer Summit

“Cercate il ridicolo in tutto, lo troverete”

Ok, dopo avervi raccontato le cose fighe, ora vi riporto con me sulla terra con una bella quantità di goffaggine ❤
Facciamo spazio alla giusta dose di leggerezza giornaliera!

Evento figo, dicevamo.
Silicon Valley, gente che raccoglie milioni di finanziamenti schioccando le dita.
Tutti tirati, giacca e cravatta per gli uomini, tacchi a spillo per le donne, biglietti da visita che strabordano dalle tasche.

E poi c’ero io.
Col mio zainetto, le mie Clarks, il maglione e lo scialle da mettermi dentro le sale perché gli americani sono scemi e tengono l’aria condizionata a -12°, il braccialetto dei monacini nepalesi sempre al polso.
Un’outsider senza dubbio, per dirla in modo carino.

La mia faccia sempre a cavallo tra lo stupore di un bimbo a Disneyland e il tentativo di mantenere un contegno.
Ma non ce la faccio, e ogni tanto questo tentativo fallisce producendo risultati disatrosi.

In tre giorni sono riuscita a:

  1. Quasi travolgere il robottino da chissà quanti mila dollari che accoglieva i partecipanti.
    Ero in ritardo e stavo correndo dentro per l’inizio della conferenza, però correvo guardando all’indietro. All’improvviso ho sentito un urlo e due mani che mi prendevano e mi sollevavano due metri più in là.
    Stavo per investire il robottino con la mia carica decisamente eccessiva e uno sconosciuto in giacca e cravatta mi ha salvato guardandomi come se fossi un gattino spelacchiato appena recuperato da un fosso. E uno.Robot in Silicon Valley
  2. Farmi sciogliere tra le mani un biscotto con le gocce al cioccolato, spargendolo ovunque.
    Al buffet c’erano queste mega Gocciole giganti super burrose. Io ne ho prese tante quanto il mio piatto poteva contenere (insieme ai burrito, facendo senza pudore anche una piccola piramide) e sono andata a sedermi al sole.
    35 gradi.
    Mi sono gustata il mio burrito con calma e poi ho preso in mano il giga biscotto al cioccolato che fino a quel momento era rimasto sotto al sole insieme a me.
    Dopo il primo morso – delizioso – ho iniziato a sentire qualcosa di caldo che mi stava colando lungo il braccio, in rapida corsa verso il gomito.
    Ho buttato l’occhio per un controllo distratto e con puro panico mi sono accorta che tutte le gocce di cioccolato del mio biscotto si erano sciolte al sole formando un fiume di dolcezza che stava inesorabilmente scendendo lungo il mio braccio fino al bordo della mia camicetta di seta color panna.
    Ho iniziato a pulirmi dal cioccolato con tutti i fazzoletti che sono riuscita a trovare, ma più lo pulivo più si spargeva, e più mi muovevo più toccavo altre cose con il cioccolato e i fazzoletti sporchi, tipo strisciando con il biscotto nell’altro braccio e con la mano sporca nella guancia.
    Come un bambino che i genitori hanno lasciato da solo con la Nutella. E due.Figura di merda
  3. Trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
    Questa è la più grossa, tenetevi forte. A me scappa ancora da ridere quando ci penso.
    Allora, qualche giorno fa, dopo aver comprato il biglietto per l’evento, mi arriva questo invito:
    Innovators of Color
    Figo – penso – sarà una cosa sui colori, la grafica, il design. Magari si parla di startup tipo Canva. Andiamo a vedere.
    Bene. Mi presento nella sala, mi siedo, e l’evento comincia.
    Vedo che la gente mi guarda stupita e io – che in questi contesti mi sento sempre un po’ strana – non ci faccio caso più di tanto.
    Sarà lo zainetto.
    Passano cinque minuti buoni e inizio a guardarmi intorno sovrappensiero.
    Inizio a notare un pattern.
    Un pattern terribile.
    Il panico inizia a salirmi dai piedi fino alla punta dei capelli con dei piccoli brividini.
    Nella sala sono tutti neri.
    Persone nere, di tutte le sfumature, ma nere, di colore.
    OF COLOR.
    “Non ci posso credere” tengo lo sguardo basso, guardo l’orologio, sobbalzo come se improvvisamente mi fossi ricordata del gatto nel forno, e esco dalla sala.
    Innovators of Color. Innovatori di colore. Colore della pelle.
    Era un evento dedicato alla comunità di imprenditori di colore per discutere della loro posizione nel contesto della Silicon Valley.
    Io pensavo si parlasse di colori. Grafica, design, arcobaleni.
    Ovviamente ero l’unica non di colore nella sala e questi mi guardavano come per dire “boh, forse è stata tutta l’estate all’ombra, ma proprio nera non sembra, forse più verso il verdino.
    Più ci penso e più mi si attorciglia lo stomaco.
    Fantozzi me lo mangio a colazione.

Innovators of Color2

Skype, Whatsapp, Facebook io vi amo

Mai come in questo periodo della mia vita ho amato la tecnologia.

Skype, Whatsapp e Facebook mi permettono di rimanere con un piede (e un pezzettino di cuore) a casa.

Mando messaggi vocali ai miei genitori e due secondi dopo arriva la risposta, con la loro voce e in sottofondo i rumori di casa.

Faccio riunioni su Skype che sono incredibilmente più produttive delle riunioni dal vivo, perché il tempo è poco e fa sfruttato al massimo.

Mi sveglio la mattina (mentre in Italia sono circa le 16) e sul telefono mi si scaricano decine e decine di messaggi dai gruppi di Whatsapp. Rimango dieci minuti al buio sotto le coperte a leggerle e a ridacchiare tra me e me per le immagini stupide mandate dalla Paola o le foto cretine di Nico.

Non sono lì fisicamente, ma un po’ è come se fossi lì.
Non perdo il filo.

Rimango aggiornata sulla mia vita, non sono davvero lontana, non è quella lontananza dove tutto sparisce e si annebbia e ti manca il respiro per la nostalgia.

Io quella me la ricordo.

Quando avevo 11 anni sono stata in Norvegia un mese intero con un’associazione che si chiama CISV.
Sono partita insieme ad altri 3 bambini e a una leader che aveva 20 anni.
Niente genitori o adulti conosciuti.
In Norvegia c’erano altre 11 delegazioni da tutto il mondo formate come noi (4 bimbi e un leader poco più che ventenne). Lo scopo del CISV è educare alla pace e all’integrazione dei popoli e lo mette in pratica facendo incontrare e giocare insieme bimbi da tutto il mondo.
Vi giuro che funziona. Un giorno scriverò un post su come il CISV ha cambiato la mia vita e il mio modo di vedere il mondo.
Ma il punto è un altro: durante il mio mese in Norvegia io non potevo – in nessun modo – sentire i miei genitori.
Niente telefoni, niente di niente (era comunque il 1998), mi ricordo che ogni tanto lo staff del campo mi faceva arrivare un fax che mia mamma mi mandava dal soggiorno di mio nonno.
Ma le comunicazioni erano ridotte al minimo per evitare che i bimbi sentissero troppo la mancanza delle famiglie.
I nostri genitori si trovavano a casa mia per guardare tutti insieme le foto del campo dal nostro computer (eravamo gli unici ad averlo). Ne guardavano 3 o 4 a serata perché si caricavano una riga alla volta. E in alcune noi non c’eravamo nemmeno, ma loro lo scoprivano solo quando la foto si era caricata tutta.

Quella è nostalgia vera.
Non sentire per un mese intero nessuno della tua famiglia, non poter raccontare nulla, non avere contatti di nessun tipo, non sapere come stanno i tuoi cari, quello è il vero distacco.
E io me lo ricordo, mi ricordo la sensazione di iniziare a dimenticare la faccia di mia mamma.
Lo so che è pazzesco, ma io vi giuro che me la ricordo.

Oggi non è più così.
Quindi Skype, Whatsapp, Facebook io vi amo.
Perché mi permettete di ricevere i selfie ridicoli di mia sorella e i messaggi vocali di mia mamma che è in vacanza in Grecia mentre io sono a lavorare a San Francisco. Io non mi dimentico niente della mia vita, anzi, continuo a viverla in “remoto”.
Io vi amo perché così io posso farcela.
Non che sia semplice, ma posso farcela.
Posso vivere il mio sogno senza avere le fitte al cuore per i 10mila chilometri di distanza, solo grazie alla tecnologia.

Ps: per alleggerire il tutto vi regalo un’altra figura di merda all’evento bonus:

Figura di merda bonus

23 thoughts on “Dispacci da San Francisco #3: robottoni giganti, la mia goffaggine e la tecnologia che salva

  1. Ireeeee tu mi fai morire <3
    Questo post è bellissimo, un misto di commozione, risate e ammirazione.
    Mi ha stampato un sorriso spigante in viso per due motivi:
    1) mi rivedo nelle tue scene fantozziane
    2) se nel 98 avevi 11 anni questo significa che ora ne hai meno di 30 e stai spaccando lavorativamente parlando quindi FORSE serve ancora a qualcosa studiare anni e anni *-*

    Grazie per la tua scelta di condividere con noi questo sogno é bellissimo leggerti!

    Ps per i 35 gradi qualche "maledizione" te la sto tirando ahahhaha qui 15 se tutto va bene con pioggia no stop,

    Un bacione

    • Ora ne ho 28 appena compiuti 🙂
      Studiare serve, ma serve sopratutto avere una passione bruciante, farsi un culo quadrato al lavoro e buttarsi nelle cose a capofitto.
      Poi niente mi salverà mai dalle figure di merda! 😉
      Sì, qua devo dire che il clima è una figata, non credevo!

      • Che grande ♡
        Diciamo che qui da noi è facile smettere di credere nell’istruzione però in cuor mio so che prima o poi i miei sacrifici verranno ripagati!
        Ma quindi te “cosa sei”? Ingegnera infornatica? Programmatrice? Sono troppo curiosa!!!

        W le figure di merda che ci fanno sentire sempre noi stessi anche se stiamo facendo la cosa piu figa del mondo ♡

        • Ho studiato comunicazione e marketing in realtà 🙂
          Però poi ho preso una strada un po’ diversa, quando ci vediamo dal vivo ti racconto!

  2. Ecco quello che intendevo, è difficilissimo restare veramente soli con tutti i mezzi che ci offre il mondo di oggi.
    Certo, i tuoi amici e la tua famiglia non potrà venire a salvarti dalla serratura chiusa che ti tiene in accappatoio fuori dalla tua stanza ma saranno sempre quella presenza che ti terra legata alle cose che ti sono care.
    Il resto è tutta vita, quella vita che ti offre adesso occasioni magnifiche che non ti avrebbe potuto offrire a portata di mano della tua cameretta in Italia.

    Un abbraccione!

    —Alex

    • Un po’ soli si è anche con tutte le tecnologie, soprattutto a 9 ore di fuso, ma non c’è assolutamente paragone con il passato quando non c’era nulla di tutto ciò.
      Non mi salvano dalla serratura, ma posso raccontarglielo in tempo reale per farci quattro ghigne insieme. È anche per questo ch ho riempito il post di screenshot, per far vedere quanto in realtà ogni cosa sia in continua connessione tra qui e lì.
      Un abbraccione ricambiato! 🙂

    • Vorrei avere le giornate da 40 ore per raccontarvi tutto! Ogni tanto durante la giornata mi succede qualcosa e penso “questa me la devo ricordare per i dispacci!” 🙂

  3. [arrivo tardi, ma arrivo]
    grande, in equilibrio tra fare il pieno di esperienza e non slacciarsi completamente da casa – perché le radici sono per loro natura fisse in un luogo, no? Continua così! 😀
    PS a te Fantozzi e mr bean spicciano casa, in effetti!!

    • Eheh! 🙂 Spero di riuscire a mantenere questo bilanciamento tra casa e casa2 per tutto il tempo. Mio babbo mi dice sempre che voglio fare troppe cose contemporaneamente 🙂

  4. Grande racconto XD Capisco perfettamente il tuo amore per i social e derivati, anche io vivo all’estero e ho vissuto sulla pelle il passaggio da cellulare “normale” a smartphone e, in particolare, il passaggio da SMS a whatsapp! Per noi che viviamo fuori sono dei mezzi veramente utili! Ciao ciao ^_^

  5. Sono tornata lunedì dalle ferie e sono venuta a leggere “gli arretrati”…
    e che arretrati! Cavolo, Irene, viachesiva e te ne sei andata davvero…!
    Sono certa che sarà un’esperienza fantastica.
    In bocca al lupo per tutto!

    • Crepi il lupo! Me ne sono andata ma poi torno, eh! Che l’Italia mi manca già! Ogni tanto vengo a fare un giro, due abbracci, diversi piatti di cappelletti, un po’ di chiacchiere e poi torno qua!

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