Dispacci dalla Silicon Valley #1: il primo impatto

Prima di arrivare qua mi ero immaginata tutto cento volte.
La casa, i miei compagni, Palo Alto, Stanford, tutto.
Ogni cosa l’avevo immaginata in tutti i modi possibili. Nella mia testa avevo creato cento mondi diversi e poi li avevo mescolati tra loro creandone altri mille.

Poi quando sono arrivata qua e il taxi mi ha lasciata davanti alla porta di casa il mio cervello si è svuotato. C’ero davvero. Non ero pronta.
Mi ero immaginata ogni cosa, ma non mi ero mai immaginata la sensazione di esserci veramente.
Era qualcosa di nuovo. E di fortissimo.

Vivere in Silicon Valley

Ho deciso di usare il blog come diario di bordo per ricordarmi questo mese in Silicon Valley, per scrivermi tutto quello che voglio portare con me, tutti i momenti importanti, per immortalare impressioni e incontri. E per raccontare tutto anche a voi.

Non avranno un filo logico i post per questo mese, non so nemmeno quanti ne scriverò, se avrò la forza (e il tempo) i prossimi giorni di mettermi davanti al computer a svuotare il cervello.
Vediamo come va, non voglio fare promesse o darmi regole, è tutto troppo imprevedibile.
Sicuramente Facebook è il posto dove continuerò a darvi mie notizie di tanto in tanto. Se siete curiosi mi trovate lì.

In questo post vi racconto a caso, come mi esce dalla testa, quello che è successo fino ad ora quaggiù in Silicon Valley.

Un mese in Silicon Valley

Quelle stradine che vedi nelle serie tv

La nostra via è come quelle dei telefilm, tipo Wisteria Lane.
Ho sempre sognato di abitare in un posto così: con i prati verdissimi tagliati con cura, con il giornale lanciato ogni mattina sul vialetto, le pareti delle case color pastello, le tendine di pizzo alle finestre e i fiori sul davanzale.

Quando sono entrata in casa poi non ci potevo credere: spazi enormi, moquette di legno chiaro, stanze inondate di luce. Proprio un posto che mi piace.

Vivo con altri tre ragazzi che frequentano il corso con me.
È strano vivere con qualcuno – per di più sconosciuto – quando sei abituata a vivere da sola.
Da una parte è bello perché questa convivenza porta a scoprire dei lati delle altre persone che altrimenti non verrebbero mai fuori in situazioni così.
Dall’altra parte è tosta. O forse sono io che ho poca pazienza.
Parlano così tanto. Hanno così tanti oggetti sparsi per la casa. Non mangiano le fragole. Come fanno le persone a non mangiare le fragole?

La mia casa a Menlo Park - il vicinato La mia casa a Menlo Park - la strada La mia casa a Menlo Park - Il soggiorno

La mia casa a Menlo Park

Fuck the jet lag

Irene 1 – Jet Lag 0.
Ieri notte sono riuscita a dormire 10 ore filate: dalle 22 alle 8. Beccati questa fuso orario!

Ero veramente spaventata da fuso orario: 9 ore indietro sono veramente tantissime.
Ieri sono partita da Francoforte alle 14 e sono arrivata a San Francisco alle 16:30 dello stesso giorno: 11 ore e mezza di volo e solo 2 ore e mezza di differenza nell’orologio.

La mia stanza è molto bellina ma NON HA LE TAPPARELLE.
Ha delle tende, ma sono semi-trasparenti e la mattina sembra di essere in spiaggia da quanta luce c’è. Devo trovare una soluzione. Probabilmente andrò a comprare una di quelle mascherine che si usano anche in aereo per dormire. Io le odio, ma mi sa che è l’unica soluzione.
Se vi viene in mente qualcosa sono tutt’orecchie.

La mia casa a Menlo Park

Downtown Palo Alto: casine, coworking e hummus

Noi abitiamo a Menlo Park, ma oggi siamo stati a fare un giro a Palo Alto, a una mezz’oretta a piedi da qui.

La zona centrale, downtown, è praticamente una sola via: è piena di café, negozietti di arredamento e casine di legno.
Mi sono fermata a ogni porticina, mi sono immaginata mille vite. Chissà dove lavoreranno, chissà come saranno arrivati a Palo Alto, chissà se sono felici.
Le casine sono degli scrigni di storie.

A downtown Palo Alto c’è un posto bellissimo che è sia caffè che coworking: si chiama HanaHaus, è fatto benissimo, è un posto davvero piacevole, dove la gente sorride.
Ci siamo fermati un po’, abbiamo respirato quell’aria, abbiamo sorriso anche noi.

Poi siamo andati in un ristorante israeliano a mangiare una carriola di hummus a testa che non ho ancora digerito. Adoro. Un giorno a Palo Alto

Un giorno a Palo Alto Un giorno a Palo Alto Un giorno a Palo Alto Un giorno a Palo Alto

Un giorno a Palo Alto

Il patio di HanaHaus

Un giorno a Palo Alto

Powwow: il ritrovo a Stanford dei Nativi Americani

Dopo pranzo ci siamo incamminati in direzione Stanford.
Abbiamo imboccato il viale principale che porta all’Università costeggiato dalle palme. Era una giornata bellissima, io mi sono sbruciacchiata col sole.

A metà del viale abbiamo iniziato a sentire un musica sempre più forte. Tamburi. Voci. Nel parco alla nostra sinistra stava succedendo qualcosa. Andiamo a vedere.

Quel qualcosa era una delle più belle situazioni in cui potevamo trovarci.
Siamo finiti imprevedibilmente al Powwow: un raduno annuale (quest’anno è il 44esimo) di Nativi Americani che si tiene ogni anno a Stanford.
Bancarelle, cibi tipici, vestiti colorati, copricapo piumati. Ognuno di loro vestito con i colori e i tessuti tipici della propria tribù.
E nel centro del raduno una gara di ballo meravigliosa. Ballavano tutti, dai più piccini ai più anziani, divisi per tribù, vestendo i loro abiti tipici, con una grinta e un’energia travolgenti.

Siamo stati al Powwow un paio d’ore e il tempo è volato. È stata una situazione imprevista, emozionante, e come i migliori momenti di viaggio, indimenticabile.

Il raduno Powwow dei nativi americani a Stanford Il raduno Powwow dei nativi americani a Stanford Il raduno Powwow dei nativi americani a Stanford Il raduno Powwow dei nativi americani a Stanford Il raduno Powwow dei nativi americani a Stanford

L’Università di Stanford è maestosa e solenne come l’avete sempre immaginata

Forse anche di più.
È un luogo enorme, di una semplicità monumentale, con un’atmosfera quasi sacrale.

All’esterno è bellissima, ma è all’interno che succede la vera magia.
Siamo entrati a vedere alcune biblioteche e siamo rimasti incantati: sono gigantesche, con tutti i servizi immaginabili. Divanetti, aule per i gruppi di studio, computer a disposizione a perdita d’occhio, mappamondi, tantissimi studenti concentrati sui libri (anche nei weekend) e anche qualcuno che dorme.

È come la vedete nei film. Lo so che è strano vedere tutto “come nei film”, ma la sensazione, per noi che vediamo la California sempre tramite uno schermo, è proprio quella.
Sono dentro un film di cui non ho il copione e mi piace un casino.

L'ingresso di Stanford Ink your travel a Stanford I portici di Stanford L'ingresso di Stanford La Green Library a Stanford Biblioteca a Stanford Dormire a Stanford

27 thoughts on “Dispacci dalla Silicon Valley #1: il primo impatto

  1. Ben arrivata!
    Vorrei scriverti una vagonata di commenti ed impressioni riguardo a quello che hai raccontato ma mi limiterò a solo una: è bello prepararsi per un viaggio e forse non è solo utile ai fini logistici ma anche per comprendere meglio quello che si vedrà.
    D’altra parte però è pure bellissimo (ed io lo preferisco) documentarmi il minimo indispensabile (più che altro ai fini logistici) e poi farmi travolgere dal luogo e dalle persone che incontrerò.
    Questo mi permette di vivere le mie esperienze senza idee precostituite e preconcetti, sia negativi che positivi, inoltre (non meno importante), siccome non ho aspettative, queste non potranno essere deluse.

    Un abbraccio grande, divertiti!

    —Alex

    PS = sì, bellini i posti puliti ed ordinati, le Wisteria lane, i prati curati, etc. ma a me queste cose rendono una sensazione di finzione che non riesco a spiegare… Sarà per questo che non amo particolarmente gli US. Preferisco le città un po’ più “vissute”, segnate dal tempo e dai suoi abitanti 😉

    • Infatti quando mi hanno dato l’indirizzo non l’ho cercato su maps perché volevo avere la sorpresa! E quando sono arrivata qui l’emozione è stata travolgente infatti!

  2. Stupendo il tuo racconto sul primo impatto a Silicon Valley….spero in altri racconti simili…divertiti un mondo in questa nuova ed affascinante avventura

  3. Wow! Il raduno dei nativi d’America è una cosa che mi piacerebbe visitare una volta nella vita!!

  4. Che bellissima esperienza, sono contenta per te! PS: ho il tuo stesso problema con la luce, non riesco a dormire se non sono al buio..la mascherina è una buona soluzione!

  5. Carina questa cosa dei post random con taaaaante foto random!! Grazie, continua così! 😀
    PS non sono molto normali a non mangiare fragole, in effetti…..
    PS2 la mascherina, se mascherina deve essere, prendila in stile Colazione Da Tiffany! Diversamente potresti attaccare ai vetri della carta da pacchi ma dovresti staccare/attaccare/staccare/attaccare, mhh.

    • Uhuh! Mi ci vedo proprio con la mascherina stile Colazione da Tiffant 😀
      Ho un sacco di materiale per i post ma sono troppo distrutta per scriverli, un po’ alla volta metterò giù tutto!

  6. “Mi sono fermata a ogni porticina, mi sono immaginata mille vite.” Qui ti aspettavo 😀 e… oddio, lanciano davvero il giornale! E oddio2, come fanno a non mangiare le fragole? E oddio3 le casine pastello e il powwow!
    Questo post di pensieri sparsi mi è piaciuto un sacco 🙂 Buon film 😛

  7. …E non hai visto niente….ancora…..Credimi non vorrai più tornare indietro. Almeno questo è quello che succede a me ogni volta che vado negli USA: in California in particolare, vivevo a Santa Clara, Silicon Valley, per cui so di cosa parli…..Non si usano gli oscuranti nei vetri, al massimo hanno le tendine, oppure se sei fortunata quelle tipo plastica dei treni, conviene che adotti la mascherina.

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