I sacrifici animali in Nepal: rumori indimenticabili, odori che non passano

Il Nepal non è una terra facile.
Ne abbiamo vissute di situazioni impegnative.
Niente di catastrofico o trascendentale, qualche prova per temprare il carattere diciamo.
I topi in camera, tra gli zaini, con le code lunghissime che sbucano nella penombra.
Le cremazioni sul fiume Bagmati, al Tempio Pashupatinath, dove la cosa più agghiacciante non è la morte, ma il contrasto tra le urla strazianti dei familiari e i click delle macchine fotografiche dei turisti.
I piccoli animaletti neri che ti camminano nel piatto tra i chicchi di riso, e ad ogni squish sotto i denti speri di non sentire nessun sapore strano.

Ma il momento più impegnativo, quello che sì, interessante, ma mai più nella vita MAI, è stato quando abbiamo assistito al rito dei sacrifici animali al Tempio Dakshinkali.

Incenso al Tempio induista Dakshinkali

Non ho fatto foto.
Non al rito.
Ho fotografato il pavimento rosso, annegato nel sangue, per non dimenticarlo. Non so ancora se ho fatto bene, non l’avrei dimenticato comunque.
Ho fotografato la fila che c’era, ma era così lunga che non sarebbe stata nemmeno in cento foto. Era una fila infinita, chilometrica, fatta di persone composte e determinate, in piedi probabilmente dall’alba, che pazientemente aspettavano il proprio turno in compagnia delle galline o delle capre sacrificali.
Ho fotografato il tavolo dei macellai con a terra i resti degli animali. Agli Dei viene offerto solo il sangue: dopo il rito gli animali vengono portati dai macellai che li svuotano e li puliscono, restituendo ai proprietari solo la carne da mangiare.
Ho fotografato il tempio, immerso nella foresta, pieno di persone, costeggiato da un fiume nero e rosso in cui i macellai scolano il sangue e le interiora degli animali sacrificati.

Sacrifici animali al Tempio Dakshinkali, Kathmandu, Nepal

La fila per arrivare al Tempio Dakshinkali a Kathmandu in Nepal

Ma dei 5 sensi la vista non è quello che impressiona di più: siamo così bombardati da scene di violenza e sangue nei film che in fondo sappiamo già come va a finire.

C’è l’udito che invade.
Io non vivo in campagna, non avevo mai visto ammazzare un animale prima.
E soprattutto non avevo mai sentito sgozzare un animale.
I suoni per me sono stati una stretta alle budella. Come se mi avessero infilato una mano nello stomaco e avessero stretto forte, scombinando tutto.
Il rumore della lama, l’ultimo grido soffocato della capra, le ossa che si spezzano, il sangue che gorgoglia fino a terra.
Ce li ho tutti ancora nelle orecchie, in testa, nello stomaco. Non credo che se ne andranno.

E poi c’è l’olfatto che è ingestibile. 
Non lo controlli.
Tapparti il naso non vale, se hai deciso di andare al Tempio Dakshinkali devi viverla fino in fondo.
Gli odori entrano, si infilano in un angolino del tuo cervello e si mettono comodi. Non se ne andranno più.
L’odore del sangue è il più forte, è dappertutto.
 Penetra dentro di te, è così intenso che ti sembra di averlo anche in bocca.
Poi c’è l’odore delle interiora che viene dal bancone vicino al tempio: quello in cui puliscono gli animali appena sacrificati, buttando tutti gli scarti a terra o nel fiume. È un odore di morte e di marcio: non è pungente come quello del sangue, ma è sempre lì, di sottofondo, impastato con tutta l’aria che c’è.
E in superficie, in questo calderone di odori, arriva l’incenso. Sempre acceso, crea delle nuvole di fumo che saturano l’aria e bruciano gli occhi. Il suo odore acre va a mischiarsi con quello del sangue e delle interiora producendo un odore unico e inconfondibile, il marchio del Tempio Dakshinkali .
Ce l’ho ancora nel naso, in bocca, tra i capelli.

Sangue dei sacrifici animali al Tempio Dakshinkali a Kathmandu in Nepal

I macellai puliscono la carne, Tempio Dakshinkali, Kathmandu, Nepal

 

Sacrifici animali, Tempio Dakshinkali a Kathmandu in Nepal-

Al tempio camminano tutti scalzi, anche se il pavimento è un’unica pozza di sangue mista a fango, fili d’erba e piume strappate.

C’è una ressa soffocante, chi va e chi torna indietro, chi con in mano la gallina viva, chi con in una mano il corpo e nell’altra la testa. Il mio vicino, un turista italiano un po’ distratto, finisce per infilare una mano dentro la testa mozzata di una capra appena sacrificata che un devoto accanto a lui teneva a penzoloni. Momento tra il drammatico e il comico.

Quando finalmente ce ne andiamo e raggiungiamo una piccola radura senza nessuno ho la sensazione di essere riemersa dagli abissi. 
Rimaniamo tutti zitti per un po’: c’è chi fuma, chi si riposa all’ombra.
Io d’istinto mi lavo le mani e sfrego forte.

Sacrifici animali, Tempio Dakshinkali a Kathmandu in Nepal

39 thoughts on “I sacrifici animali in Nepal: rumori indimenticabili, odori che non passano

  1. Mamma mia… forse, a questo giro, passo, altrimenti rischio di fare come mio padre, che non mangia più il coniglio da quando, da bambino, ne ha visto ammazzare uno!

  2. P.S
    Un consiglio per i commenti: perchè non passi a Disqus, tramite l’apposito plugin? E’un sistema più pratico, specie per le notifiche, che non obbligano a dover ricevere una email e poi confermare l’iscrizione.

  3. Io invece non posso che ammirare la pragmaticità degli Indu, Offrono il sangue ma poi mangiano il resto dell’animale! 😉

    Come dicevo qualche giorno fa: questi posti e queste culture o le ami o le odii.
    Dai, racconta di più! 😉

    —Alex

    • In realtà nelle feste importanti sacrificano gli animali più grandi e lasciano anche tutta la carne al tempio (ai sacerdoti!). Quello a cui ho assistito io non è molto diverso da quello che accade nelle nostre campagne (spogliato di tutti i rituali e i significati): si uccidono gli animali “da cortile”, si puliscono e poi si mangiano.
      Ma io farei fatica ad assistere anche al contadino che ammazza il coniglio o la gallina, non faccio testo.

  4. Impressionante. Anch’io avrei fatto molta fatica soprattutto per l’odore che sicuramente ti senti addosso anche dopo essere uscita da quel tempio. Mi ricorda un po’ scene vissute in campagna, quando mia nonna uccideva le galline a fine estate. Per caso una mattina entrando in garage ci siamo trovati tutte le galline spennate appese ad un filo pronte x essere mangiate. Un ricordo traumatizzante per noi bimbi. In ogni caso sei veramente molto brava a descrivere le sensazioni dei posti che visiti! Dote non comune !!! 🙂

    • Sì, infatti nelle campagne sono scene di vita quotidiana. Per una cittadina come me lo shock è doppio.
      Grazie per le belle parole 🙂

  5. Un post che fa riflettere. Che mette in discussione non solo ciò che sono ma anche ciò che siamo. Brava, come al solito. Mi è sembrato di viverla e adesso mi manca un po’ l’aria!

    • Grazie Stefania, stavo pensando di scrivere anche il post sulle cremazioni ma ho bisogno di un po’ di tempo. E poi non so se lo farò perché lì davvero si apre una voragine. Vedrò! Intanto sono contenta che questo post abbia lasciato un segno, anche se piccino.

  6. Non sapevo se commentare. Sono quei post in cui brava, complimenti, bel post mi suonano strani e faccio fatica.. non per te (adoro il tuo modo, lo sai). E’ l’argomento che lascia senza fiato. E tu lo racconti così, maledettamente bene, tanto che lo stomaco mi si è rigirato anche a me, che sono qui, nel profumo della mia stanza. Non sono sicura di essere capace ad assistere a queste scene. Certo è, che sono reali. Esistono. E non mi sento neanche di esprimere commenti. Forse sono io che non entro nel ragionamento, non mi pongo dalla giusta angolazione. E’ cultura. E poi mi chiedo, ma c’è un limite alla cultura?

    • Era un discorso che era venuto fuori anche oggi su Twitter. È cultura? Secondo me sì. È agghiacciante? Pure. Però fa parte della storia di un popolo, della sua identità.
      Noi gli animali non li sgozziamo al tempio, ma li sgozziamo negli allevamenti. E in entrambi i casi finiscono nelle pance di chi li mangia, quindi cambia la forma ma non la sostanza alla fine. No?

      • Esatto. Anche per me è cultura, e se qualcosa non riesco a capirla penso sia più colpa mia che del gesto. Secondo me è legato a qualcosa di ancestrale, che accompagna la società, tutti. C’è un limite? Non lo so. Non credo, in fondo.

        Il tuo discorso poi, è più che legittimo considerando che il fois gras è ritenuto da tutti qualcosa di pregiato, e non è molto diverso da un sacrificio al tempio. Come tante altre cose.

      • beh, io vorrei ringraziarti di questo post. e di questo commento, soprattutto.
        con tutto che, la cosa che mi inorridisce di più, e ciò che non riesco davvero a spiegare, è come possano abbinarsi la fotografia di un turista con la ritualità della cremazione dei morti. è una scena che mi svuota la mente.
        apprezzo il fatto che tu abbia avuto delle remore anche per gli animali.
        spesso mi chiedo se e quali siano i limiti della fotografia, che cosa sia legittimo fotografare e non fotografare. mi ricordo del grosso dibattito che generò la foto dell’avvoltoio vicino al bambino (http://lastoriadiunafoto.blogspot.it/2013/11/la-vera-storia-del-bambino-e-lingiusta.html), con conseguenze imprevedibili (si ipotizza perfino un legame con il suicidio del fotografo).

        • Io spesso in Nepal mi sono interrogata sui limiti della fotografia, guardando gli altri fotografi intorno a me.
          Non ho una risposta universale, ho quella che vale per me: io non faccio foto che possano ledere la dignità del mio soggetto. E secondo me si lede la dignità anche quando si fanno le foto ai visi degli abitanti dei villaggi a dieci centimetri dal naso, trattandoli come degli animalini allo zoo. Magari la foto non è umiliante – un viso – però lo è il momento in cui si scatta, quando si tratta la persona che si ha davanti come un caso umano/un caso di studio/un’immagine forte o originale.
          Poi capisco che la grande fotografia, quella che fa la storia, va oltre la dignità del singolo per una “missione superiore”. Ma io sono una viaggiatrice, non voglio scrivere la storia, e quindi spengo la macchina anche davanti alle galline sgozzate.

          • “E secondo me si lede la dignità anche quando si fanno le foto ai visi degli abitanti dei villaggi a dieci centimetri dal naso, trattandoli come degli animalini allo zoo. Magari la foto non è umiliante – un viso – però lo è il momento in cui si scatta, quando si tratta la persona che si ha davanti come un caso umano/un caso di studio/un’immagine forte o originale.”

            E’quello che credo da sempre, e vale tanto per l’abitante di un paese povero, di fronte alla nostra reflex ultimo modello, quanto per l’homeless sotto casa che, no, forse gradirebbe che il primo casual shooter che passa non spiattellasse la propria foto in giro per il web (possibilmente, dopo aver aggiunto un filtro da quattro soldi, per ignote ragioni).
            Ci sono tante cose interessanti da fotografare, ma altre è preferibile tenercele per noi, nella nostra mente.

          • Secondo me, non è un argomento che si può liquidare con una risposta tranciante “sì\no”.
            Si lede la dignità delle persone quando si scatta con l’intento di mettere in ridicolo il soggetto o di denigrarlo.
            Allo stesso modo si lede la dignità e la riservatezza delle persone quando si riprende un evento privato\intimo senza il consenso dei soggetti.

            Per esempio, c’è da tenere presente poi che una cremazione è un atto pubblico e non intimo; è fatta alla luce del sole ed anzi, non è un atto doloroso ma di purificazione e gioia per i parenti.
            Siamo noi occidentali che, travisando persino i dogmi delle religioni più diffuse da noi, pensiamo ai funerali come qualcosa di triste mentre dovrebbero essere un momento di gioia visto che in quel momento i nostri cari si riuniscono al loro dio.

            Considerazioni religiose a parte non credo assolutamente che un ritratto, se fatto con il consenso del soggetto, sia qualcosa di umiliante di per sé, anzi penso che gli occhi di una persona siano la cosa più bella che ci possa essere; raccontano le gioie, le sofferenze, la ricchezza dell’animo e spesso la povertà materiale. Quale migliore ambasciatore di una civiltà, di un popolo, sono gli occhi dei propri membri?
            Quale miglior modo per raccontare un popolo e portare la sua storia, cultura, sofferenza e farla conoscere ai pigri, ricchi ed ignoranti occidentali (per esempio)?

            Vi porto l’esempio della celeberrima foto di McCurry della ragazza afgana; secondo voi non doveva essere scattata? Ancora, la foto scattata sempre da Steve alla stessa ragazza dieci anni dopo?
            E l’altrettanto famosa foto di guerra di Capa con il partigiano spagnolo colpito a morte?

            Ovviamente poi ci sono foto che ci piace scattare ed altre che ci mettono a disagio; non è obbligatorio farle.
            Io personalmente cerco di scattarle tutte (sempre nei limiti della legalità e del consenso dei soggetti) anche se mi mettono a disagio; non voglio rimanere con il rimpianto di non aver fissato un evento o una memoria.

            —Alex

          • Non so, sono d’accordo in parte.
            La cremazione dovrebbe essere un momento di purificazione, ma ti giuro che le vedove piangevano e urlavano così forte da sentirsi a centinaia di metri. Non gioivano per niente. E fotografare i corpi lividi dei mariti che bruciavano era oltre il mio limite.
            Poi sono d’accordo che non sia così netta la risposta, dipende tantissimo dall’occasione e dal motivo per cui si scatta. Certe volte un ritratto dà valore al soggetto, a volte invece lo sminuisce a oggetto. “Dipende” è la mia risposta 🙂

          • Beh, ci credo che si disperavano (anche se le urla possono essere rituali, non conosco la religione Indu così profondamente anche se so che il periodo di “lutto” è piuttosto lungo).
            Io da non religioso, credo che nel momento della morte di una persona cara sia ben difficile farsi confortare dai miti religiosi e credo questo valga per i cattolici o i musulmani quanto per gli Indu; una cosa è la teoria ed un’altra la pratica a meno di avere una fede super-ferrea ed essere un osservante integerrimo (ne devo ancora conoscere qualcuno).

            Comunque credo sempre che se un atto viene compiuto all’aperto, alla presenza di tutti non ci siano controindicazioni al fotografarlo, a meno che la foto non ci piaccia (come hai fatto giustamente tu)

            —Alex

  7. Purtroppo io sono una di quelle che è svenuta per un prelievo del sangue. Mi impressiono facilmente, una volta sono stata male mentre ero sul divano a guardare un documentario sulle popolazioni boliviane. Credo che avrei evitato di vedere uno spettacolo del genere in Nepal, mi sarei sicuramente messa a vomitare. Io sono vegetariana da due anni e ogni volta che vedo video atroci o leggo racconti come il tuo sono fiera di questa scelta. Non sopporto la violenza, di nessun tipo. In ogni caso il tuo post è molto interessante, hai fatto bene a raccontare cosa succede nelle altre culture. In più hai scritto in un modo da farmi facilmente immaginare la scena, sei stata brava!

    • Complimenti davvero, stimo profondamente i vegetariani, hanno fatto una scelta coraggiosa e giusta.
      A me non piace la verdura e mangio poca frutta: non potrei diventare vegetariana e mi dispiace.
      Detto questo a me cedevano le ginocchia a vedere i sacrifici, sono scene davvero impegnative per chiunque, vegetariani o meno.

  8. Io attendo anche il post sulle cremazioni. So che non è facile scriverlo trovando le parole giuste, ma se è una cosa che hai vissuto e ti ha lasciato delle emozioni, che siano negative o positive, se te la senti, va raccontato! 🙂

  9. Io capisco la crudeltà del rito, ma noi che siamo tanto civili cosa facciamo? Esattamente la stessa cosa, nei macelli vengono ammazzate migliaia di animali che poi vengono mangiati ..non è la stessa cosa? e he si dice della macellazione ” halal” per i musulmani dove l’animalemdeve essere sgozzato senza essere stordito prima? Non è la stessa cosa? Pensiamoci, non puntiamo il dito…

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